Astensionismo, il nodo irrisolto della politica

Il calo degli elettori è un fenomeno che riguarda un po’ tutte le democrazie, ma nel nostro caso risulta quanto mai sorprendente
Schede elettorali in un seggio campano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Schede elettorali in un seggio campano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Vedremo domani se l’inasprirsi dello scontro politico, innestato dal (presunto, improbabile) auspicio formulato dal consulente quirinalizio Francesco Saverio Garofani per un «provvidenziale scossone» anti Meloni darà uno scossone agli elettori per recarsi alle urne. È da lungo tempo che lamentiamo una crescente diserzione degli italiani dal compiere il primo dovere civico in una democrazia: il voto. Un alto grado di astensione dovrebbe essere una questione vitale e invece continua ad essere trattata senza la serietà che merita. Se ne parla ciclicamente solo al momento dell’apertura delle urne, quasi fosse il rito di passaggio alla conta dei voti, primo interesse, ça va sans dire, dei partiti. Alti lai per un giorno e poi silenzio fino al prossimo appuntamento elettorale.

Il calo degli elettori è un fenomeno che riguarda un po’ tutte le democrazie. È un dato fisiologico, persino indice della buona salute di una democrazia. Ma nel caso nostro risulta quanto mai sorprendente. Abbiamo alle spalle infatti una lunga stagione di primato di affluenza alle urne: anche oltre il 90%.

L’astensionismo potrebbe anche testimoniare che il conflitto politico si è svelenito degli odi dell’ideologia e che una parte degli elettori è disposta a delegare ai suoi concittadini più attivi la responsabilità di scegliere i governanti. Tuttavia, molti indizi ci inducono a pensare che non siamo nella fisiologia, ma nella patologia del fenomeno.

Al seggio - Ansa © www.giornaledibrescia.it
Al seggio - Ansa © www.giornaledibrescia.it

È da almeno un trentennio che imperversa l’antipolitica: un disprezzo a piene mani verso partiti e viceversa simpatie crescenti verso l’uomo forte, primo passo verso una democratura o addirittura un’autocrazia. È venuto il momento di andare oltre le lamentazioni e cominciare ad addentrarci nelle ragioni di questa malattia disabilitante della democrazia. Cominciamo da un paradosso. Non c’è mai stata un’invasione di talkshow politici tanto massiccia con a fronte un pronunciato disinteresse del pubblico, soprattutto giovanile. Paradosso apparente perché certifica che la politica interessa solo il circuito ristretto di suoi tifosi, mentre una vasta area di opinione pubblica salta piè pari l’argomento: in parte perché la disdegna, in parte perché semplicemente non le interessa.

Quali le ragioni di questa cattiva fama della politica? Alcune sono di breve periodo, altre di più lungo. Vediamo le prime. La lunga alta partecipazione al voto degli anni 1950-‘60 è stata fraintesa. Non era la testimonianza di un forte senso civico. Era piuttosto il frutto di una passione ideologica, alimentata dal clima di guerra fredda. Caduto il muro di Berlino, è riemerso (vedi Tangentopoli) quel fiume carsico dell’antipolitica che aveva già fatto la fortuna (1944-1947) dell’Uomo qualunque, partito battistrada in tutta Europa del populismo. Lo scarso senso civico è figlio a sua volta del carente senso dello Stato, che una costruzione malriuscita della nazione (1861) ci ha lasciato in eredità.

Alle vecchie tare storiche si sono purtroppo sovrapposti altri processi più recenti. Si sono allentati i collanti che costituiscono il supporto di un senso di appartenenza ad un destino comune. Parliamo di famiglia, rapporti di vicinato, scuola. È venuto a mancare un senso collettivo di appartenenza che ci potesse spingere ad investire sentimenti e energie sullo Stato, per noi italiani entità quanto meno evanescente, quando non vessatoria. Il disamore della politica è anche colpa, insomma, dei tempi in cui viviamo.

Non possono chiamarsi fuori comunque nemmeno i partiti, che non hanno saputo rigenerarsi dopo l’eclissi delle ideologie. Non hanno saputo ripartire dal cittadino, dai suoi bisogni, dalle sue sofferenze, dalle sue domande. Pensiamo ai giovani che sono il fronte più fragile della società. Cosa riesce a dir loro, cosa fa per loro la politica? Non si può curare il male dell’astensionismo senza metter mano ai mali cronici del Paese. Solo se la politica si impegnasse in questo senso, potremmo forse sperare anche nella sua rigenerazione. La sfida del voto che cresce nel silenzio generale.

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