L’ascesa di Futuro nazionale è stata, fino a circa un mese fa, irresistibile. Il partito di estrema destra era arrivato all’8% dei consensi, anche sfruttando una capacità non comune di uso dei social e del marketing elettorale, giovandosi inoltre dell’attenzione che la stampa dedicava a ogni pur minima iniziativa di Vannacci. Poi, il partito si è stabilizzato su una quota fra il 7 e l’8%, con lievi limature progressive. La novità, però, è che da quando è stata approvata la nuova legge elettorale – nella quale quel che conta è la battaglia fra due poli per assicurarsi il 42% e il premio di maggioranza – lo scenario sembra mutato.
I sondaggi, infatti, non si limitano a stimare i voti probabili di ciascun partito, ma presentano le coalizioni contrapposte («campo largo» e «destracentro») e, a parte, i partiti «terzi», come appunto Futuro nazionale, Azione e alcuni soggetti politici minori. Così, improvvisamente il partito di Vannacci è quotato intorno al 5,5-6%, mentre il polo di Meloni (anche grazie all’1% apportato da «Sud chiama Nord») è praticamente alla pari col «campo largo». Questo, in politologia, si definisce «voto utile»: l’elettore, se la competizione fosse puramente proporzionale (o a due turni, permettendo nel primo una scelta libera e costringendo nel secondo a un’opzione binaria) potrebbe benissimo votare per Futuro nazionale anziché per uno dei soggetti politici del destracentro. Però così, con la prospettiva che una sconfitta di Meloni faccia vincere il centrosinistra, i ragionamenti cambiano. Ecco perché, su otto elettori di Vannacci, due hanno scelto di tornare all’ovile, tra l’altro rinforzando Fratelli d’Italia (che è la cosa più semplice: la Lega non è più amata dal generale, Forza Italia è incompatibile con i vannacciani). Senza la nuova legge elettorale, il «campo largo» avrebbe avuto tranquillamente il 2% in più del destracentro, ma con le vecchie regole non è detto che qualcuno sarebbe riuscito ad avere la maggioranza in Parlamento.
In ogni caso, col Rosatellum votare Vannacci anziché Meloni sarebbe stato meno doloroso per elettori che, scegliendo il generale, hanno comunque un’opinione non troppo positiva nei confronti dell’attuale governo; col Melonellum, invece, vale l’antico detto di Montanelli, che nel 1976 invitò gli italiani (in funzione anticomunista) a «turarsi il naso e votare Dc» (oggi la Dc non c’è, ma il centrodestra sì).
Certo, il 5-6% è pur sempre una percentuale ragguardevole per Futuro nazionale: significa essere alla pari o sopra la Lega, a un passo da Avs. La concorrenza a destra infastidisce, però Meloni ne trae qualche piccolo vantaggio: ha un motivo in più per non rispondere alle domande sull’antifascismo e per dichiararsi conservatrice, senza contare che l’internazionale nera nella quale spicca l’Afd tedesca non riconosce la premier italiana come un esempio positivo.
Questo tocco di moderatismo (che anche la Le Pen sta cercando di dare al suo partito, sperando di vincere la battaglia per l’Eliseo) conferisce a Fratelli d’Italia una posizione di grande convenienza: a destra ha un soggetto politico che non si vuole far entrare in maggioranza, svuotandolo all’occorrenza in nome del voto utile; soprattutto, la presenza di Futuro nazionale sbiadisce molto l’immagine di destra radicale del soggetto politico della presidente del Consiglio. Così, Meloni fa di necessità virtù: senza il partito di Vannacci avrebbe vinto le elezioni, ma – ora che Fn c’è – può almeno cercare di aggiudicarsele senza scendere a compromessi che le costerebbero molto cari. Vannacci, dal canto suo, mantiene un discreto seguito e si prepara a prosperare restando all’opposizione.




