Opinioni

Macron, una grandeur genuina ma fragile

La postura per la quale il presidente francese si sta facendo notare sui palchi internazionali non è nuova, anzi è scritta nel Dna della politica estera francese sin dagli inizi della Quinta repubblica
Paolo Valenti

Paolo Valenti

Editorialista

Emmanuel Macron - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Emmanuel Macron - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Sarà un caso, ma casca a pennello: la prescrizione medica che da qualche giorno costringe Emmanuel Macron a sfoggiare un paio di occhiali specchiati alla Top Gun capita proprio nel periodo di massima combattività sul piano internazionale del presidente francese.

Che infatti ci gioca: «Prendetelo come un riferimento non volontario all’occhio della tigre, che è segno di determinazione», ha dichiarato durante un discorso all’esercito il 15 gennaio scorso. E infatti Macron ruggisce. Lo ha fatto dal palco del World economic forum di Davos, dove ha denunciato il «bullismo» e il «nuovo colonialismo» di Donald Trump e messo in guardia rispetto alla prospettiva di un «mondo senza regole» dove vige «la legge del più forte».

Ancora, ha mostrato i denti inviando truppe francesi in Groenlandia e invocando l’attivazione dello strumento europeo anti-coercizione a fronte del ricatto commerciale del presidente statunitense. Ed è suonato ruggente anche il rifiuto a partecipare al Board of peace per Gaza, costato, neanche a dirlo, la minaccia di dazi del 200% sui vini francesi.

La postura per la quale Emmanuel Macron si sta facendo notare sui palchi internazionali non è nuova, anzi è scritta nel Dna della politica estera francese sin dagli inizi della Quinta repubblica. Altro non è che l’«autonomia strategica», specie nei confronti degli Stati Uniti, invocata da Charles De Gaulle quando, nel 1966, annunciò la decisione di ritirare il Paese dal Comando militare integrato della Nato: «La volontà della Francia di disporre di sé stessa è incompatibile con un’organizzazione di difesa dove si trova subordinata», spiegò l’allora presidente.

La decisione fu revocata nel 2009, ma Parigi continua ad essere l’unico membro dell’Alleanza a rifiutare l’adesione al Gruppo di pianificazione nucleare e tra i pochi a non ospitare basi americane sul proprio territorio. Oggi che le relazioni transatlantiche sono al punto di maggior crisi, Macron può permettersi di dire «avevamo ragione noi» e presentarsi come architetto di un’Europa della difesa post-americana proprio in virtù di quella tradizione.

Quella professata da Macron è autonomia strategica anche nei confronti dell’Unione europea, di cui il presidente conosce bene i limiti nell’azione esterna. Non a caso, sono nate dall’iniziativa francese sia la Comunità politica europea, il forum allargato creato dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, sia la Coalizione dei volenterosi, strutture che esistono e agiscono al di fuori dei processi decisionali, spesso lenti e infruttuosi, di Bruxelles.

Rispondono alla logica del «battitore libero» e al disegno di un’architettura di sicurezza post o extra-Nato anche gli accordi bilaterali sulla difesa che Parigi ha siglato con Regno Unito e Polonia, che prevedono anche la possibilità di cooperazione in materia di dissuasione nucleare.

Certo, il progetto francese non è privo di limiti: da un lato, le divergenze tra i partner coinvolti, per esempio sul dispiegamento di truppe in Ucraina. Dall’altro, la fragile legittimità su cui Macron può contare in patria, combinata al breve orizzonte d’azione: le elezioni presidenziali del 2027 sono alle porte e sono alte le possibilità che a conquistare l’Eliseo siano forze decisamente più accondiscendenti nei confronti di Washington.

Lo sa bene Trump, che nei giorni scorsi ha snobbato l’invito di Macron a una riunione d’emergenza del G7 con queste parole: «Emmanuel è un amico, un bravo ragazzo. Ma non resterà molto a lungo...».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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