Unione europea, dal sogno comunitario alla paralisi politica

Oggi è evidente la debolezza dell’Ue di fronte alle politiche neo feudali degli altri grandi player mondiali
La sede della Commissione europea a Bruxelles
La sede della Commissione europea a Bruxelles
AA

Quello che in queste settimane stiamo vivendo come Unione Europea, la questione dazi e l’estromissione dai primi colloqui di pace per l’Ucraina, ricorda che, come sempre, i nodi vengono al pettine. Senza per forza citare i saggi di Ventotene e i loro sogni su un’Europa unita e coesa, è evidente che la serie di distinguo che, da anni, gli Stati membri hanno cavalcato sia sul fronte economico sia su quello politico in senso stretto, abbia indebolito la comunità.

Oggi è, infatti, evidente la debolezza dell’Ue di fronte alle politiche neo feudali degli altri grandi player mondiali. La contrapposizione tra ideali comunitari e quelli cavalcati dai partiti neo populisti al governo in vari Paesi, che portano a continue mediazioni tra interessi dei «propri territori» e quelli dell’intero continente, ha generato lentezze di natura strategica e, soprattutto, ha dato il là ad atteggiamenti spesso in contrasto con il «Bene comune Europeo». Una comunità divisa è una comunità debole e le azioni, minacciate o agite, dall’amministrazione Trump puntano proprio sulla debolezza e sulle divisioni in campo europeo.

Dal punto di vista nazionale le oggettive manifestazioni di interesse che il Presidente Trump e il suo suggeritore Musk stanno dedicando all’Italia, se ci possono offrire l’opportunità di giocare un ruolo di mediazione, rischiano di buttare benzina sul fuoco in assenza di strategie comuni condivise. Ad esempio che Trump, parlando con il presidente indiano Modi, ipotizzi un canale di sviluppo che colleghi India, Israele e Italia per i commerci del futuro può, infatti, suonare apparentemente interessante per noi, ma drammaticamente dirompente se letto in sede comunitaria scollegando il progetto ad uno sviluppo condiviso europeo.

Andando alle radici valoriali che hanno alimentato il sogno comunitario, potremmo sottolineare come, già facendo riferimento ai principi guida postulati dalla comunità benedettina (San Benedetto non a caso è il patrono dell’Europa), risultino evidenti le distanze tra quei valori e ciò che oggi rappresenta, dal punto di vista ideologico, la Ue. Tralasciando i richiami esplicitamente religiosi, infatti, per resistere al degrado della società del tempo i principi benedettini si basarono, prima di tutto sul concetto di comunità come elemento prevalente non solo aggregativo ma, soprattutto, operativo (il labora come fare per contribuire al bene comune).

Allo stesso tempo, in quei principi si trova la necessità di ridurre le diseguaglianze tra gli umani come altro pilastro attraverso il quale sostenere il progetto comunitario. Troviamo, poi, la necessità di agire adottando l’indirizzo dell’accoglienza e operando sul fronte dell’appartenenza attraverso l’inclusione di chi tutti a prescindere dalla condizione sociale (o provenienza diremmo oggi). Si potrebbe continuare citando la regola del silenzio (che contrasta con le patologiche esigenze comunicative dei nostri leader politici), quella dell’umiltà (che, a sua volta, fa a pugni con le certezze di chi ha sempre la soluzione in tasca), per finire ci sarebbe il richiamo all’obbedienza (quanti distinguo sulle regole e la loro applicabilità viviamo in Europa).

Ritornando ai tempi nostri non possiamo ipotizzare di rispondere alle difficoltà di questi giorni senza andare a riconoscere le cause che hanno portato ad abbandonare il progetto valoriale originario e ciò che queste hanno generato. Ad esempio è chiaro come una comunità che ha messo i valori comunitari in secondo piano si sia trasformata in un sistema di gestione sempre più legato all’applicazione di regole complesse e definite dopo faticose mediazioni.

Norme il cui obiettivo ha finito con l’essere una ricerca di accordo piuttosto che l’affermarsi di interessi sovraordinati. Allo stesso tempo, i veti incrociati, anche su temi rilevanti, con sostanziali distinguo di singoli Paesi (o di aggregazioni utilitaristiche tra nazioni), oggi possono preparare ad ipotizzare accordi transnazionali senza il coinvolgimento della comunità ledendone alla base il senso unitario (fattibile o meno il riferimento a dazi limitati sui prodotti italiani da parte di Trump ne sono un pericoloso esempio). La volontà italiana di «mediare» può avere un senso (a prescindere dell’evidente valore propagandistico interno) ma solo se saremo portatori di un progetto di nuovo unitario.

La condizione indispensabile è, quindi, che chi ha responsabilità di guida della nostra vecchia Europa abbia la forza di recuperare principi e valori che possano mettere in risalto obiettivi comunitari «alti» ossia capaci di andare oltre individualismi ed egoismi di parte. Le storie dei benedettini, come quelle che hanno visto radicali cambiamenti sociali ed economici in vari Paesi, ci ricordano come, spesso, le grandi azioni nascano da momenti di grande crisi. La criticità odierna è chiara e dobbiamo augurarci che possa partorire, anche questa volta, un grande cambiamento.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.