Trumpismo e Big Tech, l’intesa perfetta

La «tecnodestra» affonda le radici direttamente dentro svariati affluenti dell’Ideologia californiana della Silicon Valley, col suo neoliberismo dotcom che si sposa perfettamente con il populismo
Musk durante la campagna elettorale di Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Musk durante la campagna elettorale di Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Ha tutte le apparenze di un forte smottamento. Big Tech si sposta a destra. E, invece, a ben guardare, si tratta piuttosto di un fiume carsico, se non direttamente di una permanenza di lungo periodo. Poiché la Silicon Valley ha, da sempre, un robusto animus di destra, naturalmente secondo alcune delle tradizioni e culture politiche peculiari degli Usa.

Non si tratta soltanto dell’incontenibile e incontinente Elon Musk, che dilaga sui media, da un angolo all’altro del Villaggio globale, con ingerenze sempre più marcate negli affari politici interni di altri Paesi - interferenze totalmente irricevibili, per i toni e il linguaggio da hater e «leone da tastiera», e per l’incarico pubblico, da componente dell’Amministrazione Usa, che riceverà dopo l’insediamento di Trump.

Una cerimonia per la quale il ceo di Apple Tim Cook ha donato, a titolo personale, un milione di dollari al comitato organizzatore - non un «fulmine a ciel sereno», visto che esisteva, in verità, una consuetudine di frequentazioni tra il capo-azienda high tech e il tycoon diventato per la seconda volta presidente.

Meta - l’impero di Mark Zuckerberg che comprende Facebook, Whatsapp e Instagram - ha appena cambiato il capo della sua divisione di public affairs e comunicazione istituzionale, con le dimissioni di Nick Clegg (l’ex leader del Partito liberale britannico), rimpiazzato da Joel Kaplan, un manager di estrazione neocon il quale, dentro la corporation, si era sempre adoperato per evitare restrizioni sulle piattaforme così da assecondare l’elettorato di destra che non tollera filtri né freni a quella che chiama (assai impropriamente) «libertà d’espressione».

Alla vigilia delle presidenziali, Jeff Bezos aveva già evitato l’endorsement pro-Partito democratico del «suo» Washington Post, ponendo fine a una lunga storia in tal senso. Mentre, al di là del presenzialismo da ribalta mediatica e dell’iperattivismo propagandistico di Musk, si staglia con nettezza inequivocabile la figura di Peter Thiel, che costituisce l’autentica eminenza grigia e l’ideologo di una Silicon Valley neoreazionaria la quale, per quella che potremmo chiamare una forma di «strabismo cognitivo», è stata a lungo e invariabilmente considerata alla stregua di una roccaforte molto soleggiata del progressismo.

Ora, come da tempo immemore, chiaramente «pecunia non olet», e i businessmen che ricevono commesse dal potere pubblico - come nel caso di quelle militari, fondamentali per l’industria tecnologica - si rivelano da sempre assai lesti a riposizionarsi prontamente al mutare del vento (e dell’orientamento politico) nelle stanze del potere. Inoltre, altrettanto sicuramente, qualcuno teme la vendetta - giurata a più riprese - di Trump nei confronti di coloro che ha bollato come suoi «nemici», e perciò corre ad allinearsi al rinnovato (ed egotico) «comandante in capo». E, tuttavia, non si tratta (soltanto) di opportunismo.

E il nodo risulta più profondo, perché la «tecnodestra» affonda le radici direttamente dentro svariati affluenti dell’Ideologia californiana, col suo neoliberismo dotcom che si sposa perfettamente con il populismo del trumpismo e dell’alt-right, come pure di tutti i partiti europei che Musk sta sostenendo. Destre che sono, al medesimo tempo, reazionarie e spesso anarcolibertarie de facto, e al cui successo, basato anche su fake news, discorsi d’odio, disordine informativo, relativismo dei bias cognitivi e opinionismo dell’«uno vale uno» sganciato dai dati obiettivi, hanno giustappunto massicciamente contribuito i social network posseduti dagli oligarchi digitali di Big Tech.

Nel frattempo si accende, però, anche il primo episodio di frizione tra il movimento Maga, che rigetta e colpevolizza in toto l’immigrazione, e i «tech bros», con i quali si è schierato in prima persona lo stesso Trump, che vogliono l’immigrazione qualificata (in primis, di indiani laureati Stem) per far funzionare le loro aziende. E questo primo conflitto all’interno del quartier generale Usa dell’Internazionale sovranista va seguito con attenzione...

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