Il successo di Meloni a cena con Trump e il ruolo chiave dell’Italia

È difficile negare che l’improvvisa visita di Giorgia Meloni a Mar-a-Lago per un incontro a cena con il presidente eletto Trump, sia un successo diplomatico, politico e personale. Meloni è la prima leader europea ad essere ricevuta prima del giuramento in una occasione di questo tipo che, per quanto a carattere privato, è avvenuta alla presenza dei futuri segretari di Stato e al Tesoro, del futuro consigliere per la Sicurezza, del futuro ambasciatore in Italia (non c’era Elon Musk, o almeno non è apparso, secondo molti il facilitatore di questo appuntamento). La presenza della prima fila della prossima amministrazione americana dimostra che, per quanto breve, questo primo approccio ha avuto un ampio spettro di discussione.
È fuor di dubbio, come ha scritto il New York Times, che Meloni sia andata anche a perorare con decisione una soluzione diplomatica che gli Usa potrebbero facilitare per farci restituire Cecilia Sala dagli ayatollah iraniani che la tengono in ostaggio in spregio a qualunque legge internazionale. Ma, insieme all’urgente caso della nostra connazionale in carcere, sicuramente si è parlato di Europa e di Nato, ossia dei due temi che sono apparsi in maggior rilievo da quando Trump ha rivinto le elezioni: la minaccia dei dazi per le merci esportate in America dalla Ue e la pressante richiesta di un aumento delle spese per la difesa da parte dei Paesi europei della Nato.
Su questa pericolosa faglia di contrasto tra le due sponde dell’Atlantico, si sta evidenziando un ruolo per la premier italiana. In diversi hanno scritto che la cena di Mar-a-Lago dimostra che Meloni può essere l’alleato di riferimento di Trump nella Ue. Altrettanti hanno pronosticato che questo ruolo affidato all’Italia può essere, per la nuova Casa Bianca, il chiavistello per dividere i partner europei e quindi indebolire il ruolo dell’Unione. Su queste premesse, è d’obbligo osservare che un ruolo di primo piano del governo di Roma non può che essere motivo di soddisfazione per l’opinione pubblica nazionale, anche per le conseguenti e potenziali opportunità politiche, economiche e commerciali, ma nello stesso tempo può contenere anche una sfida per Giorgia Meloni. E questa sfida sta nel riuscire a mantenere saldo anche il proprio impegno europeista.
È un crinale delicatissimo per la nostra politica estera che esigerà molta abilità e molta fermezza nell’attuale inquilina di palazzo Chigi. Tanto più che la prospettiva che sembra si stia aprendo non può non suscitare interrogativi (e anche altro naturalmente) sia all’Eliseo che alla Cancelleria berlinese – attualmente occupate da due leader al tramonto del loro ciclo politico – e anche nel Palais Berlaymont dove siede una Commissione in crisi di identità sin dal suo contorto varo. In politica estera ognuno fa il suo gioco e punta ai propri interessi, però qui sono in ballo le questioni di primo livello: il rapporto transatlantico e la soggettività europea in un mondo sempre più diviso. Possiamo dire la nostra in questa temperie, è una grande occasione e una altrettanto grande sfida.
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