Musk & co. alla corte di Trump, l’anarcocapitalismo al potere

Il titano della Silicon Valley sarà simbolo dell’amministrazione del tycoon
Musk durante la campagna elettorale di Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Musk durante la campagna elettorale di Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
AA

La Valle del Silicio ha gettato la maschera (per così dire). E, dopo avere annusato l’aria e il cambio del vento (o dello spirito dei tempi) negli Stati Uniti, si è riposizionata a favore di Donald Trump. Non interamente, certo, ma tutta quanta ha espresso le sue felicitazioni dichiarandosi disponibile a collaborare con il presidente ri-eletto.

Elon Musk è stato un autentico frontman del sostegno – finanziario e propagandistico – al trumpismo, e appare destinato a identificare uno dei simboli di questa nuova (vecchia) stagione di populismo al potere; anche se, a dirla tutta, l’imprevedibilità caratteriale e psicologica di questi due «maschi alfa» induce a non escludere nessuna potenziale sorpresa sull’onda del distico catulliano odi et amo. Di sicuro, però, al momento i due personaggi filano davvero d’amore e d’accordo, e la formula che meglio si addice è, quindi, quella racchiusa nel detto «Dio li fa e poi li accoppia».

Durante la campagna elettorale Jeff Bezos aveva stoppato il tradizionale endorsement pro-Partito democratico del Washington Post, di cui è editore, schierandolo in campo neutrale, al prezzo della perdita di duecentomila abbonamenti in tre giorni; e, all’indomani del voto, si è affrettato a congratularsi calorosamente con il presidente rieletto. Va da sé e non potrebbe essere diversamente, viene (correttamente) da pensare. E, tuttavia, c’è anche qualcosa d’altro, a partire dal dato di fatto per cui la Silicon Valley bastione dell’orientamento politico liberal e del politicamente corretto è sempre stata anche altro, qualcosa di opposto e antitetico.

E con Trump, come avviene istantaneamente fra tycoon e uomini del business, condivide innanzitutto il primato, in termini di priorità, della dimensione del fare affari. Su questo, inevitabilmente e logicamente, il «palazzinaro» erede di una ricchissima (e discussa) dinastia imprenditoriale della East Coast e le corporation high tech della West Coast si intendono al volo. Potrà non piacere a chi ha coltivato il mito di questa porzione della California come sede di imprese «illuminate» e filantropiche, eppure – per rievocare un altro slogan, in questo caso di Bill Clinton – «it’s the economy, stupid!», per l’appunto, e al suo confronto non c’è (ipotetica) propensione politica che tenga.

E, a ben guardare, si riscontra qui anche qualcosa di più profondo ancora, che rimanda al livello dell’immaginario. Alle radici di quella che gli studiosi chiamano, dagli anni Novanta del secolo scorso, l’«Ideologia californiana» si ritrova un modo di pensare che unisce pienamente, difatti, Trump e gli azionisti e amministratori delegati di Big Tech: l’anarcocapitalismo, declinato in salsa «prometeica».

Una visione del mondo di cui Musk è, una volta di più, un campione. Si tratta dell’idea – proveniente dalla concezione novecentesca di Ayn Rand e dalla cosiddetta «filosofia dell’oggettivismo» – che l’imprenditore sia una sorta di Prometeo-superuomo a cui la società americana deve lasciare briglia sciolta nel nome di un individualismo e libertarianismo assoluti, perché solo in tal modo può generare al meglio prosperità e innovazione (secondo lo schema schumpeteriano della «distruzione creatrice»). E, dunque, lo Stato deve evitare di avvilupparlo nella «ragnatela dei lacci e lacciuoli» (anche, ovviamente, dal punto di vista fiscale), altrimenti diventa un nemico a tutti gli effetti.

Ecco il filo «rosso» (nel senso del colore del Partito repubblicano) che tiene tutto insieme: una certa mentalità profonda degli Stati Uniti, la destra neoconservatrice dal reaganismo in poi, il «fascismo americano» dell’alt-right e la Californian Ideology. Anche all’insegna di varie contraddizioni, ma siamo giustappunto dalle parti di uno dei maggiori «paradossi postmoderni» della nostra epoca.

Con, sullo sfondo, una grande eminenza grigia – o, per meglio dire, nera –, il vero ispiratore della Silicon Valley nella sua versione di (ultra)destra: l’anarcocapitalista e reazionario Peter Thiel, mentore di Musk, co-fondatore con lui di Paypal e ceo di Palantir Technologies (termine deliberatamente ricavato dalle gemme elfiche della saga de Il Signore degli anelli), già consigliere informale di Donald Trump e teorico del transumanesimo. Ne vedremo delle belle – o, più probabilmente, delle brutte…

Massimiliano Panarari – Sociologo della comunicazione, Università di Modena e Reggio Emilia

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.