Opinioni

Trump, Prevost e l’eredità americana dell’11 settembre

Quello che rende differente questo venticinquesimo anniversario dai precedenti, è che ci è ancora inconfessabilmente indispensabile
Massimo Faggioli

Massimo Faggioli

Editorialista

Papa Leone XIV - Foto Ansa/Ciro Fusco © www.giornaledibrescia.it
Papa Leone XIV - Foto Ansa/Ciro Fusco © www.giornaledibrescia.it

Circa cento milioni di americani, un terzo della popolazione degli Stati Uniti, sono nati dopo l’11 settembre 2001. In un paese come l’America, in cui la storia non è un libro di capitoli da cui trarre lezioni ma semplicemente prologo del futuro, la gestione della memoria di quella serie di eventi è un problema aperto. Non solo per il trauma di un paese che si riteneva protetto da Dio e dagli oceani; non solo perché gli Usa si ritrovano impantanati, di nuovo, in un’altra guerra in Medio Oriente iniziata senza criterio. Ma perché da oltre dieci anni ormai la politica americana è dominata dal frutto più originale del 9/11, il plurifallito magnate Donald J. Trump, eletto presidente due volte nel 2016 e nel 2024, incontrastato dominus del Partito repubblicano. Osama bin Laden e i suoi compari hanno cambiato le traiettorie dell’America: il nativismo anti-immigrati, l’islamofobia, il nazionalismo militarista, la spaccatura con l’Europa, e soprattutto il più imperdonabile degli ateismi, la mancanza di fede nell’America.

Perché è indispensabile

Il presidente Donald Trump - Foto Ansa/Epa/Jeff McWhorter © www.giornaledibrescia.it
Il presidente Donald Trump - Foto Ansa/Epa/Jeff McWhorter © www.giornaledibrescia.it

Tutto questo nasce sulle ceneri di quel giorno, in un dirottamento morale dell’incredibile mobilitazione del popolo americano in risposta agli attacchi. Quello che rende differente questo venticinquesimo anniversario dai precedenti, è che Trump non è più il solo americano che giornalmente ci costringe a confermare o smentire i nostri giudizi e pregiudizi su quella che non è più la nazione-guida dell’Occidente, ma ci è ancora inconfessabilmente indispensabile. Dall’8 maggio 2025 c’è un altro americano sulla scena globale: Leone XIV, nato Robert Francis Prevost a Chicago nel 1955, il padre sbarcato nel 1944 (due volte, in Normandia e poi nel sud della Francia) a liberare l’Europa.

Anche papa Francesco era, a suo modo, un frutto di 9/11: il Sinodo dei Vescovi in corso a Roma subito dopo gli attentati segnò l’ingresso sulla scena globale del cattolicesimo del futuro papa gesuita, quando l’allora arcivescovo Jorge Mario Bergoglio venne chiamato a sostituire il cardinale di New York, Edward Michael Egan, impossibilitato a raggiungere Roma all’indomani degli attacchi terroristici, nel ruolo di relatore generale del Sinodo. Ma Francesco non poté parlare all’America come può invece Leone XIV.

L’11 settembre 2001 tocca questo papa in modo particolare. Prevost venne eletto Priore Generale degli Agostiniani il 14 settembre 2001, giorno del suo compleanno, dopo il quale iniziò a percorrere le vie di un mondo in rapido e drammatico cambiamento. Era l’inizio di una carriera ecclesiastica di un chierico «born in the Usa», ma anche plasmato da due decenni di missione in Perù, che ne hanno fatto un alieno, per certi versi, rispetto alla cultura clericale cattolica americana. Allo stesso tempo, Prevost è uno degli americani che – diversamente dal predecessore – vede negli Stati Uniti una storia di successo: una visione che l’ultimo quarto di secolo mette radicalmente in dubbio. Papa Leone XIV sarebbe stato l’altro americano, o un americano diverso, anche in tempi normali. Ma dal 2001 l’occidente vive una fase di scomposizione dei suoi sistemi politici e delle relazioni internazionali.

La Chiesa come backup morale

Le chiese cattoliche e il papato in modo particolare sono chiamate, in modo sempre più evidente (la guerra in Ucraina, l’Intelligenza Artificiale) ad attivarsi come dispositivo di sicurezza, come «backup system» di una qualche parvenza di ordine morale globale. Leone XIV è anche, e in modo particolare, il backup morale dell’America oggi. Il compito di papa Prevost, rispetto agli Stati Uniti, è non solo di presentare un’alternativa al trumpismo da una parte e al postmodernismo secolarista dall’altra (non che ci sia equivalenza tra i due).

È anche chiamato a supplire alla mancanza di una riflessione, anche da parte cattolica americana, sui frutti della reazione a 9/11 sul paese e nella chiesa. I «neo-conservatori» cattolici, che intercettarono (dalla guerra in Iraq del 1991 e ancora prima) i tentativi del Vaticano di interloquire con la Casa Bianca, discettano delle guerre in Afghanistan e in Iraq come se le avessero decise Obama e Biden; tacciono di fronte alla normalizzazione dell’islamofobia; ignorano il legame tra la «presidenza imperiale» di Bush e la sistematica corruzione dello stato di diritto sotto Trump. Fino al conclave del 2025 ci si interrogava sulla possibilità di un papa americano e su quanto americano potesse essere il papa. Leone XIV pone invece la domanda di quanto veramente americani siano oggi gli americani.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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