In Italia la politica estera è tornata una priorità

Durante quasi tutta la storia della Repubblica, la politica estera non è stata in grado di prendere il sopravvento, nell’opinione pubblica e nelle urgenze dei politici, sulla politica interna. Alcuni contrasti sulla politica estera nei governi ci sono stati, come al tempo della crisi di Sigonella (1985) però sono stati superati (anche se in quella occasione si sfiorò la crisi del governo Craxi). Ai tempi dell’avvicinamento fra Dc e Pci, Moro ebbe negli Usa un colloquio raggelante con l’anticomunista di ferro Kissinger, tuttavia proseguì nella sua politica senza spaccare il partito democristiano (ma il «compromesso storico» fu letale per lo statista pugliese, ucciso dalle Br).
In tempi recenti, il fatto che dal 2022 nel governo Meloni ci fosse un partito non allineato sulla politica filoatlantica e filoeuropea della premier non era un problema: si trattava di qualche timido «giro di valzer» che FI e FdI concedevano alla Lega per farle mantenere l’elettorato ma soprattutto per permettere a Salvini di non mostrarsi ai suoi del tutto omologato con il resto della coalizione.
Sta di fatto che, sul piano politico come su quello mediatico, in questo periodo si parla e si riflette soprattutto sulla situazione internazionale, che può colpire l’Italia (con i dazi, per esempio) e il Governo (la Meloni deve tenersi in equilibrio fra Trump e gli europei, soprattutto gli anglofrancesi; Salvini può ormai dirsi apertamente filorusso, dopo anni di cautela, ma questo è in aperto contrasto con la linea di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, che resta filoucraina).
Grazie a Donald Trump per le sue parole. Italia, Stati Uniti ed Europa condividono valori e responsabilità comuni. Lavoreremo insieme per affrontare le sfide globali con determinazione e visione. pic.twitter.com/TLYpSonMjM
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) February 24, 2025
Sul piano strettamente mediatico, è vero che gli italiani continuano ad occuparsi dei problemi di tutti i giorni, ma vedono anche con attenzione ciò che accade in giro: la questione del riarmo non è affare di poco conto, così come il fatto che gli Usa di oggi non sembrano più amici come fino a poco fa; il tutto, senza contare che i dazi sui nostri prodotti possono colpire settori produttivi provocando aumenti dei prezzi e crisi occupazionali.
E c’è l’Europa, che un tempo era davvero la casa di tutti gli italiani (nel 1989 votarono largamente a favore di un mandato costituente per il Parlamento europeo, in un referendum consultivo che si svolse contemporaneamente alle elezioni europee) e che oggi suscita perplessità in alcuni settori (M5s; ma anche ostilità nella Lega e qualche freddezza a destra, in generale) ma anche fervori non sopiti (la marcia organizzata da Michele Serra dove si sventoleranno solo bandiere dell’Unione e non di partito, alla quale hanno aderito in gran parte forze di centrosinistra e alcuni di FI più i sindaci delle maggiori città d’Italia, ma non il M5s, la Lega, FdI).
La novità rispetto al passato (eccetto Sigonella, come si diceva) è che oggi non è affatto impossibile che un governo possa cadere sulla politica estera. Prima o poi, la situazione ucraina troverà uno sbocco, qualunque sia. Prima o poi, la Meloni dovrà scegliere fra Trump e l’Europa (col rischio di sfasciare la coalizione o di farsi imporre un nuovo premier dagli Usa). Prima o poi, infine, si dovrà decidere se è «nell’interesse della Nazione» subire i dazi di colui che è – con Putin – il capo del sovranismo internazionale, oppure ribellarsi in nome dell’Italia e promuovere una linea comune europea di contrasto a chi vuole sfasciare l’Ue ma anche indebolire e dividere – per asservirli – i paesi che la compongono.
Del resto, oggi l’Ucraina è più sola, senza gli Usa; lo sarebbe totalmente, senza l’Ue. Il pericolo che un capo di governo italiano o europeo sia costretto ad andare a Washington a farsi maltrattare se non ubbidisce – nel caso di fallimento dell’Unione – è molto alto. Mentre vivevamo passando i giorni a discutere delle dichiarazioni di politici nazionali di seconda o terza fila, il mondo cambiava e la politica estera ci entrava in casa senza preavviso e senza creanza. Un paradigma è cambiato: sarebbe il caso di prenderne atto.
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