Kiev non può resistere senza le armi degli Stati Uniti

La rapida rinnovata «accondiscendenza» di Zelensky verso il «piano Trump» per giungere a una composizione del conflitto con Mosca ha dimostrato (ma non ce n’era bisogno) quanto sia insostituibile il sostegno Usa alle operazioni militari di Kiev. Il blocco delle forniture metterebbe infatti subito in crisi il già annaspante apparato difensivo di Kiev, che potrebbe contenere le offensive russe per non più di due o tre mesi.
La cessione di armi passa attraverso due strumenti legislativi: il primo è il Pda (President drawdown authority) che consente al «commander in chief» di trasferire i materiali senza passare dal Congresso; il secondo è l’Usai (Ukraine Security Assistance Initiative) che finanzia le industrie che producono materiale per l’Ucraina (o rimpiazzano con mezzi nuovi quello ceduto). Trump può bloccare subito le forniture in Pda, ma con più difficoltà quelle Usai, perché sospendendo contratti in essere danneggerebbe soprattutto aziende americane.
Ma pur limitandosi a bloccare la linea in Pda, Washington causerebbe la rapida paralisi della catena logistica che sostiene le dotazioni ucraine: senza ricambi, infatti, diverrebbero presto inutilizzabili, ad esempio, gran parte dei 300 cingolati Bradley forniti alle fanterie di Kiev o, peggio ancora, i 40 lanciarazzi campali Himars, le 12 batterie di missili terra aria Nasams, per non parlare di quelle dei Patriot, ecc. Senza contare che anche le artiglierie, fondamentali sul campo, resterebbero a corto di munizioni (gli Usa da soli hanno fornito agli ucraini duecento obici con tre milioni di proiettili da 155 mm, migliaia di razzi per gli Himars, centomila mine anticarro, ecc.).
Ma l’aspetto strategicamente più preoccupante sarebbe il venir meno delle librerie di intelligence (appannaggio esclusivo Usa) e della sorveglianza, basata sui satelliti spia della rete Keyhole-12 e della costellazione Sbirs (Space Based Infrared System), della ricognizione garantita dai grandi droni strategici Global Hawk (basati a Sigonella), da quelli penetrazione RQ180 e dagli aerei spia U2, senza dimenticare la rete «muskiana» di Starlink che garantisce precisione all’artiglieria di Kiev e consente la guida su grandi distanze dei droni, soprattutto navali.
Un complesso di rilevazione che rende «trasparente» il campo di battaglia, tracciando ogni movimento russo. Questo è stato sinora l’asso nella manica di Kiev, assetto in cui è stata superiore a Mosca, che infatti, pur all’offensiva da oltre un anno, non ha certo conseguito gli obiettivi che si prefiggeva nel febbraio 2022.
Zelensky sa bene che non c’è possibilità che l’Europa possa sostituirsi agli Usa in questo fondamentale settore. Varando piani produttivi intensificati (grazie anche all’imponente «Rearm» prospettato dalla Von der Leyen), molte aziende a cominciare da Rheinmetall produrranno presto più munizioni; gli inglesi poi hanno già annunciato che forniranno a Kiev cinquemila missili antiaerei a breve raggio Lmm (Lightweight multirole missile) e la norvegese Kongsberg produrrà sistemi antiaerei Nasams per la difesa antimissile (dovendo però adattarvi vettori ucraini, perché quelli originali sono americani). Ma tutto ciò richiede tempo, che Kiev, a corto di soldati su un fronte di oltre mille km, non ha a disposizione.
Difficilmente poi l’Europa, che ha smantellato in 35 anni gran parte dell’industria bellica, potrebbe colmare in tempi brevi anche il gap logistico, perché ha già fornito più o meno tutto ciò che era nei depositi, in parte addirittura mutilando le dotazioni nazionali (come ha fatto, ad esempio, la Danimarca, che ha donato all’Ucraina tutta l’artiglieria).
E soprattutto non può fornire una rete strategica di intelligence e ricognizione satellitare di livello assimilabile a quello a stelle e strisce. O, meglio, l’Europa ha buona parte del know how per crearla: ma anche stanziando i fondi oggi servirà una decina di anni per andarci solo vicino. Ammesso che i 27 si mettano subito d’accordo (e sarebbe la prima volta) su chi fa cosa.
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