La tripla crisi della politica che complica i piani francesi

La matematica parlamentare sembra non lasciar scampo a François Bayrou: se, in occasione del voto di fiducia del prossimo lunedì sollecitato a sorpresa dallo stesso primo ministro, il Rassemblement National e le forze di sinistra confermeranno il no annunciato, il governo giungerà al capolinea dopo soli otto mesi di lavoro.
Più che un azzardo, la mossa pare un espediente per levarsi dall’impaccio di governare la Francia in uno dei periodi più delicati della storia recente, e per di più senza maggioranza, senza però farlo apparire come un passo indietro ma addossandone la responsabilità alle opposizioni. Leggere questo passaggio con la sola lente della cronaca e della tattica politica rischia però di far perdere di vista ciò che di più grande, profondo e complesso sta attraversando la politica francese. La crisi di governo che con tutta probabilità si aprirà all’indomani del voto di lunedì ne nasconde infatti almeno altre due.
Nous voterons contre la confiance à François Bayrou.
— Marine Le Pen (@MLP_officiel) September 1, 2025
Les Français souhaitent son départ, et nous les comprenons au regard de la situation. Nous ne pouvons pas voter la confiance à un gouvernement qui continue de mettre en œuvre la politique d'Emmanuel Macron. pic.twitter.com/MnL5u4NNV7
Triplo fallimento
La prima è una crisi ideologica: la caduta del settimo governo dell’era Macron, letta insieme alle batoste delle ultime tornate elettorali e ai bassissimi livelli di gradimento del presidente e del primo ministro nei sondaggi, certifica il fallimento del progetto macronista lanciato ormai dieci anni fa. Un triplo fallimento: prima, quello dell’ambizione di costruire e rendere maggioritaria una proposta politica alternativa a destra e sinistra. Poi, sfumata questa, del «piano B»: quello cioè di governare sul compromesso, stringendo alleanze caso per caso con le componenti più moderate dell’uno e dell’altro campo. Infine, del «piano C», cioè lo spostamento a destra e l’alleanza organica con i Républicains, inaugurata un anno fa con il governo Barnier. Ecco, se la politica francese si trova nel pantano che racconta oggi la cronaca è perché nessuna di queste strade è risultata percorribile, e difficilmente l’ennesimo cambio di governo porterà a un esito diverso.

La Quinta repubblica in affanno
L’altra crisi, che prescinde dagli schieramenti e dalle personalità, è quella democratica: il sistema politico francese non sembra più in grado, o almeno non come in passato, di interpretare e canalizzare nella dialettica istituzionale le istanze della popolazione. C’entra il singolare assetto costituzionale della Quinta Repubblica, che di fatto consente al presidente, eletto sempre più spesso per «voto utile» e come «meno peggio» più che per adesione al suo programma, e al suo governo di esercitare il potere in maniera estremamente accentrata e verticale anche senza maggioranza parlamentare e sostegno popolare. Lo mostra la contestatissima riforma delle pensioni, calata dall’alto senza voto sul merito, ma anche il piano di tagli e austerità annunciato dallo stesso Bayrou. C’entra anche la difficoltà del sistema istituzionale, tarato sul bipolarismo tradizionale, e della classe politica ad adattarsi e interpretare un elettorato sempre più fluido e frammentato, che sembra sfuggire anche allo schema tripolare.
Eppure nessuno, dalla sinistra alla destra passando per il centro, sembra cogliere la portata della crisi e della sfida che pone: non chi grida a un altro scioglimento delle Camere o addirittura alle dimissioni di Macron, né chi prega che nulla o poco cambi in nome della stabilità, dimenticandosi che è persa da tempo.
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