Non ho la minima idea di come si chiami la signora di cui scriverò, perché non ho avuto il tempo di chiederglielo. Però abbiamo condiviso un volo aereo che non è stato tra i più fortunati, a partire dal teorico orario di partenza, fissato per la tarda serata. Dopo il tramonto, non è collocazione oraria che spinga a credere nella puntualità. Si è aggiunto un ritardo tangibile. La signora aveva con sé un bambino che non arrivava all’anno d’età e ci siamo sedute a una fila di distanza, quasi esattamente al centro del velivolo. Io lato corridoio, lei lato finestrino. La priorità (che consiste nel balzello per un maggiore ingombro a bordo) e la preassegnazione del posto sono le due sole e minime differenze che distinguono l’imbarco su un volo interno a basso costo dalle corse per l’accaparramento dei terreni nel vecchio west.
Durante l’operazione, il bambino ha pianto per legittima difesa. In volo ha pianto per altri motivi suoi. Ha ripianto alla discesa e ancora una volta in maniera del tutto legittima: lo sbarco avviene come l’imbarco, ma con più ferocia. In piedi, nell’attesa che arrivasse la scaletta, il povero bambino era il più provato di tutti, parimerito con la madre, che è stata bloccata dalla stazza del vicino. Mi è sembrato che darle la precedenza sarebbe stato un gesto di buon cuore, ma soprattutto di senso pratico: se avesse pianto fuori, almeno qualcuno avrebbe smesso di alzare gli occhi al cielo guardandolo. L’ho proposto ad alta voce: «Facciamo scendere prima la signora?».
Una domanda che è bastata per scatenare il più cospicuo caso di sordità selettiva temporanea cui abbia assistito (forse resterebbe un record imbattuto pure se vivessi due volte). La signora è stata l’unica a reagire. Mi ha sorriso, si è sistemata il figlio in braccio e mi ha detto: «Grazie, ma il bambino imparerà». Imparerà? Il bambino? Ecco, all’idea che un bambino debba imparare che decine di adulti passeranno sopra le sue esigenze per guadagnare l’uscita tre minuti prima, io non so farmi da parte in un mondo di cui non trovo più la direzione o alzare di una tacca il livello di energia da mettere nel dire che non sono d’accordo. Vabbè, si è capito: vince la seconda ipotesi. Spero valga anche per voi.



