Il dibattito sull’AI che repentinamente si è incendiato in un crescendo di dichiarazioni allarmistiche e stop-and-go da parte dei protagonisti della corsa in atto alla Silicon Valley – dove ieri Sam Altman, fondatore di Open-AI, ha ripetuto che «siamo andati a prendere il fuoco dagli dèi» mentre Huang, ceo di Nvidia, ha incalzato: «correte più veloce che potete» – sembra già aver consumato l’ossigeno, restando aggrovigliato nelle sue stesse contraddizioni. Contraddizioni ben presenti a Emanuele Severino, già citato in queste pagine allo scoppiare del caso Anthropic per le metafore con le quali in tempi non sospetti prevedeva l’acuirsi della lotta per la volontà di potenza tra capitalismo e tecnologia, protagonisti di uno scenario più ampio, dove la tecnocrazia non può che sorpassare il capitalismo sebbene né l’uno né l’altra possano avere l’ultima parola.
Una lotta evidente in questi giorni quando, osservando la cronaca, è stato subito chiaro l’opporsi di due forme di potere in concorrenza, evocate dal filosofo: da una parte, il potere tecnologico simboleggiato dalla Silicon Valley, la cui logica non può che essere (almeno in teoria) l’assenza di limite funzionale allo sviluppo e alla massimizzazione delle capacità; dall’altra il potere politico, dove il limite invece dovrebbe assumere per definizione la funzione di contenimento e controllo. L’elemento inatteso è qui un scambio dei copioni: la politica protezionista americana si è convertita in un liberismo tecnocratico sfrenato, mentre l’accelerazione tecnologica propria della Big-Tech ha accusato una battuta d’arresto, alla cui base vi sono motivazioni etiche ma inevitabilmente anche economiche.
Qual è l’elemento che sottostà a queste evidenti e più profonde contrapposizioni, a questo scambio di copioni? Il dibattito si è arenato davanti a una difficoltà del pensiero: all’idea di «limite», un concetto che muta di significato secondo il punto di osservazione. Per la scienza è contraddetto dal suo contrario, dall’idea di «illimite», contigua allo sviluppo scientifico e costitutiva del metodo scientifico – dunque per chi investe sulla ricerca tecnoscientifica la scommessa diventa: come incorporare il limite senza dismettere il proprio fine costitutivo e illimitato? Per la politica l’idea di limite dà forma alla prassi, all’esercizio del potere come limitazione; una prassi smentita nei fatti di questi giorni che politicamente sembrano protendere per un «liberi tutti», in un pericoloso «gioco d’azzardo con le vite umane» che ha l’obiettivo di lasciar fuori dal monopolio tecnocratico i propri avversari.
Il campo di gioco della partita tra politica, capitalismo, tecnologia pare giocarsi, in questo momento, attorno alla diversa interpretazione del limite, trasversalmente alle parti politiche, al contrapporsi degli interessi mondiali, alla competizione tra le Big-Tech etc.: chi lo decide? chi lo definisce? chi lo difende?
Appare necessario sostare su questa parola e recuperare ossigeno per ragionare, a partire da uno dei suoi massimi teorici in ambito scientifico: Karl Popper, padre del concetto di limite nella scienza e della falsificabilità come metodo che procede per verità e errore, ha lasciato in eredità al pensiero non solo lo strumento concettuale del limite come condizione epistemologica che rende possibile la crescita della conoscenza, ma anche il dispositivo logico che tuttora ci è di aiuto nel pensare le implicazioni dello sviluppo tecnologico scientifico senza scivolare né nel catastrofismo né nell’idea di onnipotenza umana. Il limite non è un ostacolo, un divieto o una carenza, ma un principio che sprigiona possibilità: ci mette nella condizione di interpretare, non solo a calcolare; di decidere, non solo ottimizzare; di rispondere, non solo reagire. Ricondotto a questa logica il dibattito riguardante la rapidità degli sviluppi degli agenti superintelligenti mostra che AI, sebbene generata da un potere tecnologico potenzialmente illimitato, non è in se stessa «superamento» del limite, ma uno strumento che rivela una struttura che contempla anche il limite.

Nella divergenza tra le grandi piattaforme tecnologiche e il potere politico statale si manifesta una frattura, anch’essa un limite che può essere decisivo nell’evoluzione dell’IA. Da questione epistemologica, vale a dire di condizione di esercizio della conoscenza, il limite assurge a criterio di discernimento: ontologico (che cosa è l’umano), etico (che cosa è giusto fare), politico (chi decide il perimetro dell’azione tecnologica). Riconoscere che il limite è un principio liberante è il primo passo per rendere possibile la scelta responsabile, l’equilibrio delle relazioni economico-politiche-sociali, la cura della terra, in una dimensione globale e non frammentata, perché in questo – anche – consiste la sfida lanciata da AI.
Ciò significa provare a riformulare la questione ponendosi non tanto di quanto e come debba crescere l’AI per non estinguere l’umano, ma quali limiti occorre dare perché siano garantite le condizioni di vita umana e democratica il più largamente estese. Perché il limite, come la legge, libera. Qualche segnale in questa direzione l’Europa in realtà l’ha dato, con il regolamento nominato AI Act (UE 2024/1689), prima legge organica al mondo sull'intelligenza artificiale per un uso sicuro, etico e trasparente delle tecnologie. Anche questa può essere annoverata tra le sfide europeiste.




