Starmer, Farage, il terrorismo e il dibattito politico nazionale

Il leader del partito di destra populista, allo scopo di aumentare la sua popolarità, da tempo sostiene che uno dei maggiori problemi per il Regno Unito è costituito dalla presenza di un numero abnorme di immigrati
Un frame del video dell'uomo sospettato di aver organizzato l'attentato alla sinagoga di Manchester
Un frame del video dell'uomo sospettato di aver organizzato l'attentato alla sinagoga di Manchester
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L’attacco terroristico alla sinagoga di Manchester del 2 ottobre scorso (che ha causato 2 morti e l’uccisione dell’aggressore, oltre all’arresto di 6 persone), fatto grave dal punto di vista dell’ordine pubblico e, ovviamente, umano, ha costituito un evento favorevole soprattutto per il Reform Uk Party di Nigel Farage.

Il leader del partito di destra populista, allo scopo di aumentare la sua popolarità, da tempo sostiene che uno dei maggiori problemi per il Regno Unito è costituito dalla presenza di un numero abnorme di immigrati (legali e illegali) nel paese; e che la popolazione britannica, bianca e di cristiana, dovrebbe «riappropriarsi» dell’arcipelago.

A tal fine, a fine agosto, Farage ha reso noto il suo progetto per l’espulsione di centinaia di migliaia di emigranti illegali dal Paese, compiacendo in tal modo gli istinti nazionalisti e, forse, razzisti di una parte della società britannica. L’attentato di Manchester, inoltre, è parso confermare le ragioni del leader del Reform Party secondo cui il riconoscimento della Palestina da parte del governo laburista avrebbe portato forse qualche vantaggio al paese in ambito internazionale, ma non dal punto di vista interno; e che gli immigrati, anche quando apparentemente assimilati, restano comunque alieni agli usi e alle tradizioni del paese, oltre che ai doveri politico-sociali in quanto cittadini britannici.

È evidente che gli obiettivi veri di queste polemiche sono il governo laburista e il primo ministro, Keir Starmer, a oggi l’ultimo, apparente ostacolo all’arrivo a Downing Street di Farage e del Reform Party: sondaggi recenti darebbero, infatti, i laburisti al 20% di gradimento presso gli elettori britannici, con il partito di Farage al 30% e i conservatori al 16%. Le difficoltà nelle quali si trova il partito di Starmer derivano da alcuni scandali, il più clamoroso dei quali è investito Angela Rayner, costretta il 5 settembre scorso alle dimissioni dalla carica di vice-primo ministro per il mancato pagamento di alcune tasse; e dalle scelte economiche che il governo laburista ha adottato, costretto come è stato ad aumentare le tasse per finanziare i mutamenti socio-economici pianificati volti a favorire la ristrutturazione della spesa pubblica futura.

Non è un caso che, durante l’annuale congresso nazionale dei laburisti (tra il 28 settembre e il 1 ottobre) Starmer ha accusato Farage di voler favorire la frammentazione politica nel paese, ostacolando il suo rinnovamento economico e sociale: coltivando un messaggio che descrive il Regno Unito in gravi difficoltà, Farage favorirebbe l’ascesa politica sua e del suo partito a danno della coesione del paese. Secondo Starmer, il comportamento di Farage ricorderebbe quello assunto con la campagna pro-Brexit, quando, dopo aver favorito l’uscita del paese dalla Ue, il leader populista abbandonò lo Ukip per dedicarsi al Reform Uk Party e alle sue politiche di destra estrema.

È difficile affermare con sicurezza chi abbia più da guadagnare da queste polemiche. Forse Farage, si potrebbe pensare, perché queste polemiche polarizzano l’opinione pubblica, dandogli l’opportunità di presentarsi quale difensore della «britannicità», accusando al contempo il primo ministro di adottare toni e posizioni che pongono in pericolo la sua incolumità aizzando l’estrema sinistra contro la sua persona.

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