Nigel Farage rilancia i rimpatri e sfida i conservatori britannici

La politica anti-immigrazione di Farage e la politica interna britannica. Qualche giorno fa, il leader dello Reform Uk Party, Nigel Farage, ha annunciato un piano per il rimpatrio nei paesi di provenienza di circa 600.000 migranti entrati illegalmente nel Regno Unito, dando inizio a una lunga campagna in vista delle elezioni politiche, previste nel 2029. Farage, con le sue proposte, batte su un tasto che potrebbe potergli procurare facili consensi.
Anche nel Regno Unito, come in molte altre società occidentali, il dibattito sull’emigrazione incontrollata e illegale è diffuso, legato al timore che essa possa provocare danni profondi al tessuto sociale e culturale del paese, trasformandolo più di quanto non abbia già fatto, in passato, l’arrivo di comunità straniere provenienti da paesi dell’ex-impero.
Si ha l’impressione che il Regno Unito possa essere ben disposto a prestare ascolto a messaggi tanto radicali. Per quanto l’impero britannico sia svaporato oramai da più di sessanta anni, il suo ricordo è ancora vivo ed è motivo sia di orgoglio che di rimpianto in una parte, quella più popolare, della società: l’idea di essere, a propria volta, «colonizzati» da gente straniera non è facilmente accettata da molti britannici. La fragilità delle relazioni con gli Stati Uniti, poi, che pone in discussione la cosiddetta Special relationship con Washington tanto consolatoria nel recente passato, espone il paese all’opinione di essere ancor più isolato nel panorama internazionale. Tanto più che Londra si è staccata dall’Europa comunitaria oramai da dieci anni a causa della Brexit sostenuta proprio da Farage, isolandosi ulteriormente dal contesto internazionale.
In effetti, e questo è un punto che dovrebbe essere più meditato, Farage non propone un messaggio così distante da una certa tradizione politico-culturale diffusa nel paese e su cui quest’ultimo ha creato la percezione di sé. Da secoli i britannici temono che persone e idee allogene possano sovvertire le tradizionali libertà del paese, in combutta con elementi presenti entro i confini nazionali. Il messaggio pro-Brexit, dieci anni fa, si basò molto sulla paura che l’Unione europea, considerata attore esterno al paese nonostante quest’ultimo ne facesse parte, fosse un soggetto autoritario, incline a imporre le sue leggi a popoli e governi membri, riuscendo laddove altri, in passato, avevano fallito.
If you come to the UK illegally, you will be detained and deported. End of story. pic.twitter.com/D7sgHcS4cG
— Nigel Farage MP (@Nigel_Farage) August 26, 2025
Ora, Farage tende a solleticare la paura dell’opinione pubblica nazionale, che i valori della società britannica possano essere sovvertiti sia dall’arrivo di nuovi immigrati sia dall’azione concertata di questi ultimi con le comunità non-anglosassoni già presenti nel paese. È un messaggio che si inserisce nella tradizione storica nazionale.
Nei secoli, molte congiure da parte di quinte colonne furono denunciate alla nazione politica da sostenitori della alterità dell’esperimento britannico rispetto alla società internazionale: feroci furono le politiche anti-papiste, rivolte cioè contro i cattolici (presenti nel paese) che cospiravano contro il Parlamento e la vera fede anglicana e protestante, a favore del Papa, della Spagna di Filippo II o della Francia di Luigi XIV, il Re sole. Altrettanto violenti furono gli attacchi contro gli emigranti russi, spesso di religione ebraica, che, fuggiti dai pogrom in Russia, popolavano i sobborghi della Londra di tardo Ottocento e sopravvivevano con ogni mezzo, lecito e illecito.
Molti, poi, sono stati complotti (veri o, più spesso, presunti) di spie francesi, russe, tedesche e infine sovietiche, orientati a porre in pericolo più ancora della sicurezza nazionale, le basi culturali e politiche del paese, e sventati dagli organi di sicurezza. Con questa tradizione a disposizione, un politico tutto sommato rozzo nelle forme, ma furbo nella sostanza, come Farage dispone di un spazio d’azione utile a erodere i consensi dei laburisti del Primo Ministro Starmer, ma, soprattutto, dei conservatori, che sono il vero obiettivo della sua azione, volendo sostituire i Tory con il Reform Uk Party.
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