«Brentry», Regno Unito e Ue sono meno lontani

Probabilmente, la vera qualità di un politico di rango è avere coraggio di operare delle scelte anche quando una parte consistente della propria opinione pubblica è a esse contraria. Il primo ministro laburista britannico Keir Starmer, con l’iniziativa assunta ieri, sembra appartenere a questa categoria, avendo sottoscritto un accordo di cooperazione con l’Unione europea di Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo, andando contro il parere avverso di molti conservatori e del nuovo partito Reform Uk di Nigel Farage.
Si tratta di un accordo-quadro che copre diversi ambiti economico-politici, la cui definizione ha chiesto quasi un anno, essendo stato iniziato da chi aveva preceduto Starmer, e nel quale non si trovano soluzioni immediate alla maggior parte dei problemi che, a quasi dieci anni di distanza, ancora affliggono i rapporti tra Regno Unito e Comunità europea. Esso, però, è ricco di speranze per un futuro diverso tra le due parti, e, assieme agli accordi con India e Stati Uniti, può essere indicato dal primo ministro come la prova delle capacità diplomatiche poste dal nuovo governo al servizio degli interessi del Paese.
Tra i diversi capitoli dell’accordo ve ne sono alcuni di un certo peso, che andranno comunque meglio definiti attraverso future discussioni. Il primo ha riguardato il nodo legato alla pesca, da sempre punto delicato nei rapporti tra Londra e l’Europa, a seguito della capacità dell’industria ittica britannica (per altro residuale entro il Pil nazionale) nel sollevare l’opinione pubblica contro le normative della Ue. I laburisti, ben consapevoli del modesto contributo del settore all’economia nazionale, hanno garantito agli europei la possibilità di continuare a pescare nelle acque inglesi i prossimi 12 anni, in cambio di un accordo sugli standard veterinari che faciliterà le esportazioni alimentari nel mercato unico europeo (senza una scadenza), riducendo i controlli e rendendo felici i produttori britannici che vendono in Europa.
Altrettanto importante appare la nuova, seppure ancora nebulosa, politica volta a rilanciare gli interscambi scolastici e universitari, sospesi con l’uscita di Londra dai programmi Erasmus+. I dettagli non sono ancora stati concordati, ma entrambe le parti si sono impegnate a lavorare a un programma che consenta di lavorare, studiare, fare volontariato, lavori alla pari o viaggiare per un periodo limitato con visti bilateralmente riconosciuti. Il limite di tempo non è stato specificato, ma si prevede che sarà di almeno un anno, e potrebbe essere di più, a seconda di quanto il Regno Unito riuscirà definire con il suo dibattito interno.
L’accordo non dovrebbe sollevare grandi problemi, poiché anche i sostenitori della Brexit, con uno sfoggio di pragmatismo molto britannico (avendo percepito quali effetti negativi sulle presenze dei giovani europei nelle università nazionali abbia avuto l’uscita dalla Ue) hanno affermato che l’accordo è una buona cosa, visti i guadagni che se ne possono trarre.
Altri punti importanti trattati hanno riguardato una maggiore cooperazione militare (anche nella produzione industriale), la politica di sicurezza (con rinnovati scambi di informazioni sensibili), le politiche migratorie (nel comune interesse alla lotta all’immigrazione illegale), le facilitazioni ai passaggi alla frontiera per i cittadini britannici, ora non più comunitari, ma ai quali potrebbero essere riservati passaggi semplificati (per esempio ai cancelli elettronici degli aeroporti). Insomma: se moltissimo dovrà ancora essere fatto, l’accordo è in qualche modo davvero storico. Come detto di recente, questi potrebbero essere i primi vagiti di una nuova creatura: la Brentry.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
