Social sotto accusa negli Usa: meglio vietare o educare?

Al centro dei lavori della Corte suprema di Los Angeles la dipendenza che gli algoritmi delle applicazioni creerebbero sui ragazzini
Social su uno smartphone - © www.giornaledibrescia.it
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Le Corti supreme americane continuano a riservarci sorprese, anche perché le loro sentenze hanno conseguenze pure dalle nostre parti. Così si comprende l'attesa che circonda i lavori della Corte suprema di Los Angeles riguardo al processo in corso contro le piattaforme social.

Al centro della questione la dipendenza che gli algoritmi delle applicazioni creerebbero sui ragazzini. Ed eccoci alla svolta: la questione va oltre i contenuti e si concentra sull'essenza stessa delle piattaforme. Ad intentare la causa è una donna, oggi ventenne, che ha iniziato a usare YouTube a 6 anni e Instagram a 9 anni. Il singolo caso diventa però questione generale e di principio, perché secondo l'accusa, le applicazioni sono progettate per creare dipendenza. In tempi non sospetti lo stesso Zuckerberg aveva dato precise indicazioni ai suoi ingegneri: «Se vogliamo avere successo con i teenager dobbiamo coinvolgerli dalla pre-adolescenza».

Secondo l'accusa, proprio questa impostazione ha ricadute pesanti sulle condizioni dei ragazzini mettendo a rischio la loro salute mentale, ingenerando ansia, depressione, disturbi alimentari, isolamento. L'impostazione del processo ricorda molto da vicino la storia epocale delle cause intentate alle company del tabacco negli anni '90. E simili potrebbero essere le conseguenze con risarcimenti miliardari e un cambiamento progressivo dei costumi sociali. Come avvenne per il fumo: nel volger di dieci anni gli Usa sono passati dal Paese con sigari e sigarette sempre accese a una società che guarda con disgusto persino i posacenere. Grande attesa, dunque, per la sentenza, prevista per la fine di marzo. Nel frattempo si registra la novità: è la prima volta che gli Stati Uniti mettono in discussione lo scudo legale che ha sempre protetto gli onnipotenti Signori del Selvaggio web, ponendoli di fronte alle loro responsabilità.

La prima grande questione di principio riguarda l'età per concedere l’accesso a Facebook (che già è per sua natura da vecchi), Instagram, YouTube, TikTok e company. Dove porre l’asticella? Il dibattito si snoda ormai da tempo. A cominciare dai primi generici limiti posti in Europa fino alla legge severa dell’Australia con il divieto per chi ha meno di 16 anni. Altri Paesi stanno allestendo leggi simili: 16 anni in Spagna, 15 anni in Francia, Danimarca e Norvegia.

L’Unione europea spinge verso i 16 anni, ma per ora non pone vincoli. Negli Usa la legge vieta di raccogliere dati su utenti che abbiano meno di 13 anni. Mark Zuckerberg, proprio durante le sei ore di interrogatorio davanti alla Corte di Los Angeles ha sostenuto che non tocca alle piattaforme controllare l'età degli utenti, perché sono impotenti di fronte a chi dichiara una falsa data di nascita. Ed è difficile dargli torto. A chi toccherebbe, dunque: ai genitori, alla scuola, alla Polizia postale?

Vietare i social o educare al loro uso? - © www.giornaledibrescia.it
Vietare i social o educare al loro uso? - © www.giornaledibrescia.it

La questione anima dibattiti infuocati e sollecita saggi a gettito continuo. Le accuse riguardano lo smartphone come strumento nel suo insieme e nelle trappole che racchiude: lo spiega brillantemente Carlo Verdelli nel suo «Il diavolo in tasca». Riguardano la tendenza diffusa a «Farsi male»: il saggio è dello psicanalista Vittorio Lingiardi che parla del nostro rinchiuderci in «prigioni senza sbarre». Avvolti e incantati dal rumore di fondo prodotto dagli sciami di bot: lo sostiene il francescano-tecnologico Paolo Benanti. E Vittorio Gallese, il neuroscienziato che ha scoperto i neuroni specchio, ci mette in guardia dal come le tecnologie influenzano il «chi siamo» e «come ci percepiamo», tanto da «far sbiadire il soggetto».

I social sono diventati la principale forma di relazione con il mondo esterno, al punto che hanno modificato il nostro alfabeto. «Alfabit», titola, con un gioco di parole, il suo illuminante saggio Giuseppe Antonelli, linguista e filologo militante. La tecnologia ha creato una sorta di «dialogicità ininterrotta nell'epoca della sincronia». Siamo diventati «graforroici», ma la lingua che usiamo è frammentata, fluida, evanescente, dove testo, immagini, icone, video e audio interagiscono. «L'hashtag è diventato il segno dei tempi», dice Antonelli, che invoca un ruolo preciso della scuola, perché insegni una «scrittura solida» a difesa del «testo lineare».

Ecco: la formazione. Al di là della sentenza della Corte suprema di Los Angeles, i social hanno già creato nel nostro contesto una dipendenza di fatto, al punto d'aver modificato radicalmente il nostro alfabeto. Più che sui divieti forse dovremmo puntare sulla conoscenza e sull'educazione, sulla pratica e la padronanza. Più che vietarli, i social, dovremmo renderli materia scolastica. Male che vada, non gli regaleremo il fascino del proibito.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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