Il 2026 davanti a noi: politica, guerra, democrazia

Durante l’anno che viene si decideranno le sorti del conflitto in Ucraina e le modalità del farsi dell’alleanza europea
Una foto della guerra in Ucraina - Foto Ansa  © www.giornaledibrescia.it
Una foto della guerra in Ucraina - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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L’anno che viene, il 2026, è un tempo che precede la consultazione politica nazionale, che deciderà degli assetti governativi dei prossimi anni. Destra centro o campo largo? Quindi un tempo di rincorse lunghe e scontri aspri. A partire dal referendum costituzionale sulla riforma della giustizia: chi vince e chi perde avrà riflessi profondi sul cammino che ne seguirà.

Anche se Giorgia Meloni non intende agganciarvi il destino dell’attuale suo governo, rifiutando di farne una conta sul personale gradimento, memore di quanto accadde a Renzi. Chiede di votare sul merito della questione giustizia e sulla proposta che è stata strutturata. Se non viene apprezzata dalla maggioranza degli elettori si procederà in altro modo.

Nel 2026 si decideranno le sorti della guerra di invasione russa dell’Ucraina e le modalità del farsi dell’alleanza europea: ciascuno per sé o insieme per un’influenza continentale rispetto agli equilibri mondiali? L’Ucraina lasciata al suo destino oppure assunta come una esemplificazione fattuale di quanto ci coinvolge direttamente? Insomma la guerra è anche nostra o un fatto loro, da chiudere con le minori conseguenze per noi?

Le scelte internazionali si compattano con i programmi economici interni: quanto si investirà sulla difesa, sguarnita apertamente e programmaticamente dal disimpegno americano verso l’Europa? Nella polemica tra le forze politiche nazionali, trasversale a maggioranza e opposizioni, si combattono le valutazioni tra quanto andrà indirizzato in armamenti e quanto si investirà in sanità, pensioni, lavoro, istruzione, sostegno al carrello della spesa.

Il bilancio dello stato e quello delle singole famiglie, che compongono un mosaico frastagliato e dalla difforme consistenza. Chi non arriva a fine mese, altri che provano ad accrescere i risparmi contenendo le spese quotidiane, taluni che sfruttano le crisi altrui per rinforzare il proprio patrimonio.

Il tema delle libertà è centrale nel computo di quanto si è disposti a dedicarvi. Se non costituiscono più lo snodo essenziale – meglio uno straccio di democrazia che una bella dittatura, si diceva una volta – allora l’abbandono crescente del voto nelle urne è l’affermazione che non ci si sente più partecipi del confronto democratico: uno vale l’altro, tutti non ci rappresentano, quindi non valgono la stesura di un patto da condividere assumendo impegni di lunga lena.

Meglio appaltare tutto ad un capo che decide, piuttosto che incartarci in una dialettica che produce stagnazione e ritardi operativi. Si ripete, ad ogni tornante della storia, che siamo alle prese con comportamenti decisivi sul presente ed il futuro. Quindi si è tentati di non crederci. Eppure il 2026 ha tutte le caratteristiche per essere davvero dirimente.

Col dirci se la storica democrazia sperimentata è giunta al capolinea, oppure se chiede una innovativa cura ricostituente massiccia. Non un tempo d’attesa del 2027, piuttosto una fase chiamata al farsi di un destino, che non è fatale bensì affidato alla nostra volontà di non sederci passivi sulla riva di un fiume che scorre inesorabile.

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