Opinioni

Se inciampi a volte vai lontano

Alvise è un bambino che frequenta la scuola e ha una maestra che spesso gli urla in faccia che non vale niente. Quali conseguenze avranno questi rimproveri quando diventerà un adulto?

Annalisa Strada

Commentatrice

Un bambino che viene sgridato a scuola - © www.giornaledibrescia.it
Un bambino che viene sgridato a scuola - © www.giornaledibrescia.it

Alvise sta tirando le somme di anni e contribuzioni per capire quando andrà in pensione. L’idea è quella di tirare le somme arrivato in prossimità della sessantina e capire come gestire il futuro. Se si guarda indietro, lui è soddisfatto ma non ancora del tutto. C’è qualcosa che gli rode dentro, quel tipo di tarlo che in realtà non sarà mai sazio e continuerò a rosicchiare per farsi sentire e pungolare ad andare avanti, avanti e ancora avanti. Come si concilia la soddisfazione con la spina nel fianco di un inesauribile sperone conficcato nel fianco?

Bisogna tornare indietro alla scuola primaria, che è un bel salto di tempo, ma lo abbiamo capito tutti che la profondità del tempo la capisci solo se riguarda gli anni di qualcun altro. Alvise aveva una maestra che probabilmente aveva sbagliato mestiere o con la quale, forse, la vita aveva sbagliato troppe volte. Anche la sua storia, in effetti, sarebbe da raccontare, ma non è di lei che ci occupiamo ora. Alvise stava in aula con questa donna furiosa, che modulava sorrisi e cortesie fino a che qualcosa le faceva scattare dentro il mostro e allora sbraitava e gli urlava in faccia che lui non valeva niente, che aveva una faccia da niente.

Alvise non studiava, in famiglia forse nemmeno lo raccontava dei blitz del mostro che abitava dentro la maestra. A casa, la scuola importava ma non del tutto. Era una cosa complessa, ostile, la cui utilità non era chiara. Ci si andava perché si doveva e quel che accadeva lì dentro non riguardava la vita. Le cose cambiano quando Alvise, subito dopo la licenza media, si mette a lavorare. Ha le mansioni di minor livello, ma quel posto gli accende una prospettiva nuova: gli fa capire a che cosa serve istruirsi. L’interruttore è stato sbloccato. Fa gli straordinari per «rubare il mestiere».

Lotta con i libri fino a che non li capisce: dietro il guscio della difficoltà c’è la polpa di quello che gli serve. Passano pochi anni e si mette in proprio. Una attività piccola, ma florida: un artigianato artistico. Non è vero che non vale niente! Si accorge che può non accontentarsi: è nelle sue facoltà esprimersi anche in un’altra maniera. Cede a un socio la prima attività e ne apre una seconda: artigianato creativo. Funziona pure quella. Ha rotto l’incantesimo. Quel bambino a cui la maestra gridava in faccia parole sconclusionate, che oggi sarebbero perseguibili in più sedi, è diventato consapevole e quindi padrone di sé.

Quelle sfuriate però sono una cicatrice. Gli resta un dubbio: gli sono state utili oppure d’intralcio? Quella donna in cattedra poteva vedere il suo talento e farlo fiorire o poteva essere solo il primo ostacolo da scavalcare? Quanti altri compagni, magari senza accorgersene, sono rimasti fermi al palo e quanti altri hanno fatto il balzo in avanti per sfuggire alla tagliola di una sentenza scritta troppo presto? Alvise, alla fine, ha deciso che da qui alla pensione avvierà un’altra attività e poi sì, si riconcilierà con il bambino ferito che si è portato dentro per una vita. Il tratto di strada che porta da «spacciati» a «vivi» da qualche parte esiste per tutti e a caricarti la molla può essere chi ti supporta quanto chi ti detesta. Quando vi opponete a qualcuno sappiate che, forse, gli state facendo un grande favore. Poi però stateci attenti.

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