Opinioni

Vecchie pietre e sogni tramontati

La zia di Diletta si chiamava Enza ed era una donna di grande bellezza che, nel tempo, aveva imparato a trarre vantaggio dal suo fascino. Un giorno si recò a casa del fratello chiedendo che le venisse conservato un piccolo sacchetto di seta

Annalisa Strada

Commentatrice

Una pietra preziosa - © www.giornaledibrescia.it
Una pietra preziosa - © www.giornaledibrescia.it

Diletta aveva una prozia che si chiamava Enza. Donna di grande bellezza, prima della Seconda Guerra faceva furori. Per un misto di scaltrezza e cinismo, necessità e opportunismo, aveva imparato a trarre vantaggio dalla avvenenza. Non era il tipo da notabile o professionista. Subiva di più il fascino dell’uomo scafato. Questo la portava a frequentare luoghi attraenti nei film di gangster ma che visti dal vivo non fanno stare quieti. Si sposò solo una volta: il matrimonio fu una scorciatoia per sottrarsi alle reprimende familiare.

Il marito venne archiviato in breve in cambio di danarosi bellimbusti dalle giornate zeppe di peripezie. Un giorno, negli Anni ’50 inoltrati, zia Enza arrivò a casa del fratello e della di lui moglie, chiedendo che le conservassero un sacchetto di scintillanti pietre preziose. I due accettarono solo dopo garanzie multiple e giuramenti che non si trattava di refurtiva, non avrebbero subìto intrusioni e né recriminazioni. La narrazione familiare volle che il sacchetto di seta sia rimasto nascosto tra le coperte sul fondo di un armadio per anni. Poi la zia Enza tornò a riprenderselo: era la liquidazione per la chiusura di una delle sue burrascose relazioni. Riconoscente, lasciò a titolo di indennizzo per la locazione uno smeraldo di discrete dimensioni e un rubino.

I genitori di Diletta si schermirono. Finirono per cedere dopo una congrua resistenza. Le due pietre tornarono nel nascondiglio e da lì facevano sognare soprattutto la mamma di Diletta, che le considerava quanto una sovrana il tesoro della corona. Ogni tanto le lucidava. Le guardava in trasparenza con le sue bambine. Fantasticava di incastonarle e donarle alle figlie, che si contendevano il privilegio di metterle sul palmo della mano. La madre di Diletta è morta pochi anni fa, citando nel testamento le due famigerate pietre e raccomandando «non litigate», ma lasciandole inassegnate.

Diletta e la sorella le lasciano lì, unite, fino a che pochi mesi fa, sollecitate da un anniversario della morte della zia Enza, pensano di tirarsele a sorte. Hanno già in mano le carte (chi prende quella con più punti prende la più grossa), quando viene un dubbio: se le facessimo valutare? A 80 anni dalla consegna scoprono di aver avuto grande rispetto per due meri pezzi di vetro. Cambia qualcosa? No, hanno comunque il valore inestimabile di una leggenda di famiglia. Diletta ha preso il piccolo (falso) rubino, ma ne ricaverà un anello più autentico di un esclusivo pezzo di gran marca.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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