Opinioni

Regionali e disillusione: il ritorno dell’antipolitica

Il sintomo più eloquente della sua diffusione è costituito dall’astensionismo
L'astensionismo primo segnale del ritorno dell'antipolitica - Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'astensionismo primo segnale del ritorno dell'antipolitica - Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Forse i più giovani non ci crederanno, ma quando ai primi anni ’90 la politica stava per sprofondare nel gorgo di Tangentopoli, ci si aggrappò alla riforma elettorale come a un salvagente. Il maggioritario con l’elezione diretta di sindaco e presidente di Regione fu salutato come elisir per l’agonizzante democrazia italiana.

A distanza di un quarto di secolo, non si può dire che la medicina abbia fatto i suoi effetti. Pare anzi che, dopo un’iniziale incoraggiante ripresa, il malato accusi una seria ricaduta. L’epidemia dell’antipolitica è tornata a dilagare.

Il sintomo più eloquente della sua diffusione è costituito dall’astensionismo. Una buona metà della popolazione non si sente più motivata a recarsi alle urne. Ritiene che la politica, nel bene (poco) e nel male (tanto), sia solo un affare degli addetti ai lavori, divenuti impermeabili alle istanze del cittadino, con buona pace del vantato principio della sovranità popolare. Il sistema maggioritario avrebbe dovuto riportare lo scettro del potere nelle mani dell’elettore. Di fatto, è finito nelle mani del vertice di comando delle Regioni. La soffocante mediazione dei partiti tra istituzioni e società civile non è stata debellata. Si è anzi rafforzata, solo che alla macchinosa organizzazione dei militanti e degli iscritti è subentrato l’agile rapporto diretto leader/elettori. Il partito si è indebolito, ma in compenso si è rafforzato il potere del presidente della Regione, non a caso chiamato governatore.

Una conseguenza deleteria di questo processo è che la vita interna dei partiti si è ristretta ai suoi vertici. A loro l’intero corpo dei dirigenti di partito guarda, non alla società civile. È tornata, insomma, sotto altre forme l’autoreferenzialità della politica. I cittadini ne hanno preso atto e disertano le urne. Autoreferenzialità della politica che è il risultato dell’asfissia dei partiti e a sua volta causa della disaffezione dei cittadini nei confronti della partecipazione elettorale, considerata ormai un’arma spuntata. I partiti sanno che è fatica inutile cercare di portare alle urne il cittadino comune. Concentrano perciò la loro comunicazione quasi esclusivamente sull’elettorato fidelizzato.

È cambiato di conseguenza anche il linguaggio della politica. Lo vediamo in questo avvio di una campagna elettorale, purtroppo destinata a prolungarsi dalle Regionali alle Politiche del 2027. Sui grandi problemi del Paese solo slogan. Sulla chiamata alle armi del proprio elettorato di riferimento parole di fuoco. La sinistra insiste a puntare sull’allarme per le sorti della democrazia: va assolutamente impedito che la presa del potere dei «barbari» della destra si allarghi dal Palazzo romano alle Regioni.

Agita per questo, a piè sospinto, la bandiera dell’antifascismo, ideale unificante quant’altri mai del campo largo. La destra ricorre invece all’argomento dell’odio nutrito dalla sinistra nei suoi confronti. Anche su questo versante, l’intento è suscitare la chiamata a raccolta del proprio popolo, anch’essa sulla base di un sentimento di autodifesa. Insomma, i partiti puntano a rinserrare le file del proprio campo piuttosto che a recuperare alla partecipazione i cittadini. Potremmo dire che si sono arresi alla difficoltà di dialogare con l’ampia sfera dell’opinione pubblica disamorata della politica. Dopo trent’anni, siamo tornati al punto di partenza. Ha ripreso a campeggiare il sentimento dell’antipolitica, con l’aggravante che i partiti non hanno più armi e forse nemmeno l’interesse a debellarla.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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