Il referendum sulla giustizia smarrito nel rumore del mondo

Il referendum si avvicina, ma i mezzi di comunicazione parlano sempre meno. Persino le polemiche politiche si concentrano sull'azione militare scatenata da Trump contro l'Iran, con le ripercussioni inevitabili (ma forse non calcolate) che hanno e avranno anche sulla vita dei cittadini italiani, soprattutto sotto forma di pesanti rincari dei prezzi in tutti i settori.
Insomma, politica estera, economia, persino legge elettorale (messa in campo ora, così non ci manca nulla) sono al centro del dibattito: i mass media non possono ignorare quel che succede nel mondo. Nell’«agenda setting» ci sono altre priorità rispetto al referendum costituzionale, cioè un oggetto misterioso del quale pochi sanno tutto, ma tantissimi sanno poco o nulla. Eppure, si voterà il 22 e il 23 marzo: manca poco, ma ormai il danno è fatto, perchè la campagna referendaria non è servita – né servirà più, ormai – a chiarire i numerosi punti della riforma e le ragioni tecniche del sì e del no.
Così, tutto si concentrerà su una domanda facile e immediata che però non è sulla scheda e non c'entra niente ma ormai è il vero motivo del contendere: si deve bocciare o promuovere chi (il governo, la Meloni in particolare) ha voluto questa riforma e questo voto? Non c'è niente da fare: non c'è più tempo. Fuori infuria la guerra, ed è già tanto se - per fortuna - i missili iraniani non arrivano anche da noi (ricordate cosa suscitarono i due missili lanciati da Gheddafi al largo di Lampedusa, nel 1986, in risposta all'attacco statunitense alla Libia?).
In questo contesto, parlare di divisione in due del CSM, del sorteggio della componente togata, dell'Alta corte disciplinare è semplicemente lunare, sia per la complessità della materia, sia perché ormai si è capito che ci sono due schieramenti ben precisi: il centrodestra compatto sul sì, il centrosinistra meno compatto sul no, perché ci sono settori riformisti e partiti centristi di centrosinistra che votano sì.
I giornali parlano solo di affluenza, perché le stime su come finirà il referendum pubblicate entro il 6 marzo (prima del blackout pre-voto) sono di segno diverso e con margini di errore statistico non sempre rassicurante per gli uni o per gli altri. Anche sulla partecipazione non tutti sono concordi: alcuni pensano che un afflusso maggiore alle urne favorisca un fronte, altri fanno valutazioni diverse. E ci sarebbe anche il piccolo particolare degli italiani all'estero, che in caso di scarto minimo fra le due opzioni nello scrutinio nazionale, potrebbero rovesciare l'esito. Del resto, successe una cosa simile col quorum al referendum abrogativo del 1999 sull'abolizione della quota proporzionale del «Mattarellum»: l'affluenza fu pari al 49,58%, rendendo non valida la consultazione, perché all'estero non votò quasi nessuno (solo uno su duecento ebbe il certificato).

L'elettorato, «gonfiato» dal numero di elettori (praticamente quasi tutti non votanti) residenti all'estero fu troppo alto, nonostante le stime sul voto in Italia delineassero il superamento (seppur di poco) del quorum del 50% più uno. Quella sera, il dibattito televisivo fu surreale, perché fu seguito dal colpo di scena del quorum svanito per un soffio. Ora, invece, i dibattiti del dopo voto potrebbero essere resi inutili dall'arrivo delle schede dall'estero.
Riassumendo: abbiamo un referendum (senza quorum, stavolta, perché riguarda una legge costituzionale) del quale quasi nessuno parla perché ci sono avvenimenti molto più importanti e gravi dei quali occuparsi; gli italiani sono informati pochissimo e quei pochi che hanno deciso di votare sono per di più spinti dall'appartenenza politica. Si arriva all'appuntamento del 22-23 marzo nel peggiore dei modi. Comunque vada, sarà un insuccesso.
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