La legge elettorale e il rischio concreto del «liberi tutti»

La proposta di riforma della legge elettorale viene dalla destra, ma è fatta per piacere (o almeno per non dispiacere) anche a qualcuno, a sinistra. L'indicazione del capo della coalizione nel programma è costruita apposta per blindare la leadership di Meloni nel polo oggi al governo (anche se i numeri di Fratelli d'Italia la rendono già indiscussa e indiscutibile) ma può servire a Schlein per chiudere il discorso con Conte sulla supremazia nel «campo largo».
A questo punto ci vorranno le primarie per stabilire chi, fra l'ex premier e la leader del Pd, sarà il capo della coalizione. Non si presenta una partita facile: Schlein è favorita, ma deve guardarsi dalla popolarità di Conte fra Avs da una parte e – in funzione antiSchlein – della possibile convergenza dei voti dei moderati del Pd (in funzione puramente tattica) sull'ex premier. Un Conte capo della «coalizione progressista» terremoterebbe tutto: Schlein ne uscirebbe sconfitta e indebolita, ma la legge elettorale le permetterebbe di scegliersi tutte le candidature bloccate per costruire a propria immagine e somiglianza i gruppi parlamentari; i riformisti del Pd e i centristi coglierebbero la palla al balzo per dar vita a un nuovo soggetto politico (la Margherita bis, della quale si parla da un po’ di tempo) superando il facile sbarramento del 3% e candidando chi vogliono, fuori dal «club Schlein» del Pd; Conte leader farebbe scappare per sempre Calenda (che è già oggi con tutti e due i piedi fuori dalla coalizione di centrosinistra).

Forse, qualcuno potrebbe essere portato a fare un ragionamento, se al referendum vincessero i sì e se i sondaggi riducessero di molto le possibilità di una vittoria del «campo largo»: visto che oggi Meloni e i suoi hanno già all'incirca il numero dei seggi che avrebbero col premio della legge elettorale riformata, vuol dire che agli altri (stavolta con la proporzionale, quindi senza il vincolo di unirsi per conquistare i collegi uninominali) farebbe più comodo andare da soli e accentuare il proprio profilo per prendere più voti. Un «campo largo» limitato a Pd, M5s e Avs non sarebbe in partita. Non solo: la leadership di Conte porterebbe ai pentastellati tanti voti di frontiera col Pd e con Avs, finendo per ridurre molto il distacco da un Partito democratico indebolito dalla fuoriuscita di personalità (forse) o almeno di voti (quasi certo, in questo scenario).

Schlein potrebbe accettare di ridurre il suo ruolo a vassalla di Conte e di azionista di una coalizione troppo sbilanciata a sinistra, con linee di politica estera discutibili per la storia del Pd? A quel punto, meglio un «liberi tutti», tanto ognuno prende la sua quota di minoranza che può dare a ciascuno – più o meno – gli stessi seggi di oggi. Del resto, nel 2022 fu così: allora le divisioni permisero a una Meloni con appena il 43,8% di voti di fare il pieno, ma stavolta basterebbe una manciata di consensi in più a far vincere la destra.
Questo non è uno scenario fantapolitico, ma può realizzarsi a due condizioni: la vittoria dei sì al referendum, che oggi è in bilico (inutile dire che si vota sul merito, perché la gran parte degli italiani non sa nulla della riforma costituzionale e votano quasi solo i tifosi delle due coalizioni, con qualche eccezione fra i centristi); lo slancio della vittoria referendaria che può far guadagnare percentuali di voti virtuali ai partiti di governo, nei sondaggi, rendendo impossibile o quasi una competizione equilibrata col «campo largo» (il quale dovrebbe fare una gran fatica per trovare l'equilibrio e cercare di non perdere troppi voti di frontiera al centro e dovrebbe passare per le primarie, al termine delle quali non è escluso che Conte – se sconfitto nei gazebo – rovesci il tavolo e faccia andare da solo il M5s). Alla fine, un referendum su una riforma costituzionale molto tecnica e complessa da spiegare agli elettori finirà per decidere il destino delle elezioni 2027 svolte con la nuova legge elettorale.
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