Quelle pastette stucchevoli che minano il futuro del Pd

Il Partito democratico sembra impossibilitato a trovare quiete e posa, solo a considerare i fronti aperti al suo interno, nonché le modalità di relazione con la vita pubblica e il sistema sociale
Partito democratico - © www.giornaledibrescia.it
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Il Partito democratico sembra impossibilitato a trovare quiete e posa, solo a considerare i fronti aperti al suo interno, nonché le modalità di relazione con la vita pubblica e il sistema sociale. Mi limito a segnalare alcune situazioni emblematiche di tensioni irrisolte all’origine di uno stato di permanente fibrillazione. Fenomeni dai quali non sono certamente esenti anche gli altri partiti operanti sulla scena del Paese, ma che nel caso del Pd producono come conseguenza palesi difficoltà nel conseguimento dell’obiettivo che il partito si propone: l’alternativa di governo all’attuale maggioranza.

Procedo con ordine a partire dalla continua proliferazione di correnti interne che frastagliano l’organizzazione, limitano l’iniziativa e alimentano ambiguità, indebolendo la riconoscibilità del Pd presso l’opinione pubblica. Essa così si ritrova in un caso frastornata e nell’altro del tutto indifferente, nel segno di una estraneità irrevocabile.

È sul versante «riformista» - ma che cosa caratterizzerebbe i cosiddetti «massimalisti» se non l’ancoraggio ad una cultura politica di impronta neolaburista? - che si riscontrano contraddizioni palesi: le due correnti, quella liberale e quella ex popolare di ispirazione cattolica, unite nella fronda alla Schlein, in realtà si trovano divergenti su temi di fondamentale rilievo strategico e programmatico, dalla politica estera e di difesa, a quella economica e perfino costituzionale e giudiziaria. Basta confrontare le prese di posizione di Stefano Ceccanti, uno tra gli esponenti più in vista di «Libertà eguale», assai prossime alle proposte di Forza Italia, e quelle di Graziano Delrio o di Pierluigi Castagnetti.

Senza contare che cattolici di cultura riformista sostengono Elly Schlein, a meno che si vogliano attribuire pulsioni radicali ed estremistiche a Dario Franceschini, il quale, sino ad oggi schierato a sostegno della segretaria è propenso a qualificare la sua presenza in termini politico-programmatici - la necessità di dar vita a uno schieramento elettorale oltre il «campo largo» - più che non identitari.

In secondo luogo il rapporto tra politica e giustizia, soprattutto dopo il caso di Milano. Qui non si tratta di evocare - una lettura del tutto fuorviante - una nuova tangentopoli, piuttosto la subalternità di settori del ceto amministrativo del Pd a ben identificati ambienti economico-finanziari, nel segno di una sudditanza e di palesi conflitti di interesse. Essi lasciano trasparire un’idea di città inabilitata a coniugare sviluppo e progresso, modernizzazione, coesione sociale e solidarietà, internazionalizzazione e qualità della vita comunitaria. Questo il vero tema, più che non l’ormai stantìa diatriba su garantismo e giustizialismo.

Infine l’ultima questione che investe direttamente la forma partito, i meccanismi di selezione della classe dirigente, la qualità del personale politico. Questione di nuovo alla ribalta con i casi, tra gli altri, della Campania, della Puglia, della valle d’Aosta, regioni prossimamente chiamate alle consultazioni elettorali: contese tra possibili candidature, ambizioni di potere e di affermazione personale - nel caso di Vincenzo De Luca persino familiare, a vantaggio del figlio, tra nepotismo e familismo amorale -, malinteso senso di autonomia rispetto alle responsabilità derivanti da un’appartenenza condivisa, accentuata personalizzazione della leadership, riluttanza se non contrarietà, a promuovere il necessario ricambio generazionale.

Fatte salve, ben inteso, alcune situazioni, come nel caso della Lombardia dove Emilio Del Bono ha avviato un processo virtuoso, questo il quadro che emerge: un partito in cui ancora forti sono le incrostazioni di marca oligarchica, nel quale la professionalizzazione della politica - la politica come mestiere e garanzia di sistemazione e non come vocazione del civil servant - funge da ostacolo ad un lineare rapporto tra discussione, partecipazione e decisione, favorendo invece un modello di governance retto sulla logica propria di una democrazia plebiscitaria organizzata attraverso cordate, a discapito di una democrazia di tipo deliberativo.

Il partito risulta così carente di elaborazione collettiva, fatica ad orientare la propria azione politica, a valorizzare competenze ed esperienze, ad individuare obiettivi programmatici, nonché ad ottenere consenso attorno ad una visione condivisa di società. Ne deriva che fare i segretari del Pd diventa un’impresa di ardua attuazione. Come da più parti sostenuto, una missione impossibile.

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