Per avere risposte interessanti, bisogna porre le domande giuste. Oppure avere interlocutori molto brillanti. Ma restiamo sulle domande: una delle caratteristiche di quelle ben fatte è che stupiscano l’interlocutore.
Un caso, in piccolo, me lo ha fatto toccare con mano una mia amica. Siamo andate a fare acquisti insieme, perché le serviva un vestito. Sapete dove hanno la chiusura la maggior parte degli abiti da donna che si chiudono con cerniera? Sulla schiena. Quante donne conoscete capaci, da sole, di alzare la zip del vestito fino alla sua completa chiusura? Nel mio personale sondaggio, non ne ho trovata una. Per meglio dire: quelle che riescono usano il trucco di infilare una fettuccia nella linguetta della cerniera, che usano come prolunga, ma non è né facile né comoda.
Perché i vestiti li fanno così? La gentilissima commessa del negozio ha trovato una risposta tecnicamente giustificata. Pare che sia una questione di vestibilità, linea dell’abito, gestione del taglio e della fantasia. Resta una questione di base: che chi indossa quell’abito non è autonomo nel metterlo e nemmeno nel toglierlo. Un’altra cliente ha commentato «ci vuole un uomo in casa» e abbiamo considerato che va bene anche una donna, possono funzionare amici, genitori e figli. Nessuno pensa a chi vive sola? E se anche una vive in un nucleo numerosissimo, possibile che non possa vestirsi o cambiarsi se per caso non c’è qualcuno a portata di voce?
La mia amica ha comprato un abito con la cerniera laterale e le sta pure bene e la linea tiene e la fantasia combacia al millimetro. L’apparenza è salva. L’autonomia pure. Però fateci un pensiero, ponetevela la domanda: di quante piccole prigionie ci circondiamo? Possiamo evitarle? Dopo la cerniera sulla schiena viene voglia di guardarsi intorno.
Chi ha deciso che una maniglia deve essere controintuitiva? Chi progetta confezioni impossibili da aprire senza forbici, coltelli e una certa dose di ottimismo? Chi sceglie caratteri minuscoli per informazioni che dovrebbero essere lette da tutti? Sono dettagli, ma sommano e finiscono per dirci che dobbiamo chiedere una mano, aspettare qualcuno, considerare normale dipendere dagli altri per gesti che, forse, sarebbe opportuno poter fare anche da soli... Forse la domanda giusta non è come arrangiarsi. È un’altra: quando abbiamo smesso di considerare l’autonomia un requisito essenziale per un buon progetto e l’abbiamo relegata a una fortunata coincidenza?



