Quando le parole cambiano un Paese

Da 40 anni a questa parte l’uso del dialetto è andato riducendosi: in Italia nove famiglie su dieci non lo parlano. Alla fine degli anni Ottanta era la lingua prevalente per il 32% degli italiani, oggi la quota è scesa al 9,6%
Il dialetto è parlato soprattutto dagli anziani - © www.giornaledibrescia.it
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Trovare le parole per dirlo. La sfida è tutta qua. In un tempo nel quale la narrazione ha ampio vantaggio sulla realtà, l’aggancio fra la realtà e la parola che la definisce, diventa questione strategica. Ecco perché anche una rilevazione statistica sulla lingua usata ha ricadute sociali e politiche sorprendenti.

L’Istat, il benemerito istituto che statisticamente fotografa il Belpaese, nei giorni scorsi ha reso pubblico il suo report sull’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere. La sintesi precedente risale a dieci anni fa e il tempo intercorso segna un’evidente mutazione.

Da quarant’anni a questa parte l’uso del dialetto è andato riducendosi, prima a contesto locale e familiare ed ora a una cerchia assai ridotta: nove famiglie su dieci non parlano dialetto neppure fra le mura domestiche. Alla fine degli anni Ottanta il dialetto era la lingua prevalente per il 32% degli italiani, oggi la quota è scesa al 9,6%.

Resta la forma espressiva preferita per le generazioni più anziane, mentre ha un crollo totale fra i più piccoli, lo usano il 2,6% per dialogare con gli estranei e non oltre l’8% fra gli amici.

Ci sono variazioni importanti per aree geografiche: il dialetto mantiene una forte impronta identitaria ed è radicato, più per accento e cadenze che per terminologia a dire il vero, in zone come Roma e Napoli, o il Veneto e la Sicilia. Ma l'ibridazione con l'italiano, anche in questi contesti, è evidente.

Si registrano variazioni relative ai ceti sociali: il dialetto è più diffuso fra chi ha un livello più basso d'istruzione e di reddito, perché da sempre vi è una relazione fra scarse possibilità socioeconomiche e scarsa mobilità nel registro linguistico, così come vi è un rapporto diretto fra scarsi stimoli culturali e limitate risorse linguistiche.

Ci sono poi differenze di genere: più fra i maschi, meno fra le donne. Ed è quest'ultimo un segnale preciso: sono sempre state le madri ad essere determinanti nell'uso della lingua quotidiana. Il crollo dei dialetti è causato da due fenomeni: da una parte è fortemente ridotto il contesto nel quale si possa usarli, dall'altra è venuta meno la capacità dei dialetti di definire realtà nuove, finora sconosciute e quindi non descrivibili con vocaboli legati ad un mondo superato, o comunque diverso.

Da un punto di vista squisitamente culturale, è una perdita pesante: viene meno una biodiversità di sensibilità e di idee, che non recupereremo mai più, anche se in alcune delle aree interne dell'Italia si cerca di porre riparo registrando le voci degli anziani per conservare modi di dire, e quindi di pensare.

I dialetti italiani poi non è neppure possibile mantenerli in vita insegnandoli a scuola a causa della loro grandissima «variazione diatopica», come gli studiosi definiscono quella tendenza dei nostri dialetti a cambiare di cento metri in centro metri. Noi bresciani ne siamo un esempio conclamato. Spariscono i dialetti ed avanza l'italiano «standard», una lingua con pochi vocaboli, senza sfumature, con una fascia appiattita di espressioni.

L'ideale per i social e la propaganda, in balia delle mode e dei neologismi. È questo l'approdo di otto secoli di storia e dispute? Giuseppe Antonelli, linguista militante, da anni sta cercando di costruire un museo ideale della lingua italiana. E lo pone su tre piani, iniziando dall'italiano delle origini, usato dai predicatori e dai mercanti del medioevo, per salire al piano dell'italiano ottocentesco risorgimentale che ha avuto il suo compimento nella prima vera esperienza unitaria fra i soldati della Grande guerra, ed infine l'italiano attuale, quello della televisione, della pubblicità e dei social.

Otto secoli di italiano scritto, da San Francesco a Manzoni, mentre il Paese parlava mille altre lingue. Con pesanti interventi politici – l'Italia unitaria osteggiava i dialetti – perché la lingua è elemento essenziale per una nazione, definizione che oggi è tornata di moda, ma... Il rapporto dell'Istat registra un altro fenomeno, che invece è in crescita: le lingue straniere, usate soprattutto dai giovani.

Frutto di due fenomeni diversi. Il primo: l'incidenza della popolazione straniera in Italia è più che raddoppiata, negli ultimi vent'anni. Ma soprattutto – ed è il secondo versante della questione – sette italiani su dieci dichiarano di conoscere una lingua straniera: l'inglese (58,6%), il francese (33,7%), lo spagnolo (16,9%). Anche a questi serbatoi linguistici gli italiani, soprattutto fra le nuove generazioni, attingono le parole per esprimersi.

Su questa nuova base poggia il progetto di un altro Antonelli linguista, il Roberto presidente dell'Accademia dei Lincei, che ha avanzato l'idea di creare un «canone letterario europeo» (a Brescia in questi giorni su invito della Cooperativa cattolico-democratica di cultura, dell'Università cattolica e dell'Ateneo). Non in una lingua, ma nel multilinguismo e soprattutto nella letteratura di un continente, la ricerca di un comun denominatore che dia il segno dei principi fondanti d'una civiltà. E trovare le parole per dirlo: in dialetto, in italiano, in altre lingue.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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