Il dialetto bresciano… in sala parto

El gh’à mitit zó ena paöla! Già, la paöla! Vocabolo interessante: nell’uso comune indica perlopiù il trascorrere penoso e prolungato di una malattia; l’evolversi lento e doloroso di una vicenda triste e difficile (Tabarelli, 2003); appunto, farci su una malattia. Ma si tratta di estensioni del significato originario.
I dizionari più antichi (che riportano paiöla, facendolo derivare da paiolada) danno infatti puerperio. Il tempo che la donna è in parto (Melchiori, 1817); il Vocabolario dei Seminaristi (1759) propone: Dicesi dello stare delle donne infino a un certo termine a vita scelta nel letto, quando han partorito, quella che una volta si chiamava la quarantina.
Circa l’etimologia tutti rimandano alla paglia (l’ultimo dizionario citato riporta anche dormire sulla paglia). Si può dire che su questo fatto tutti concordino e non solo in area bresciana, ma un po’ in tutto il settentrione, Veneto compreso. Sembra che tutto fili liscio ed io non ho né le competenze né l’autorevolezza per mettere in dubbio tale unanimità di vedute. Voglio tuttavia condividere un dubbio: osservo che in bresciano abbiamo il verbo paì, che, tra i vari significati, ha anche quelli di partorire, soffrire, espellere (si pensi ai calcoli renali).
Una curiosità: facendo un salto in qualche trattoria di Trastevere, incontreremmo la pagliata, che parrebbe avere a che fare con la paglia e, invece, rimanda probabilmente al latino paidire, da cui deriverebbe anche il nostro paì (Foglio, 2011). Nà a saì! Agli esperti risolvere l’enigma. E se avrò torto, ghe ‘n faró mia sö ena paöla.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.
