Quando non c’era bisogno del telecomando

Nei tempi che furono, ad occuparsi con curiosità del dialetto era spesso qualche notabile di paese – il parroco, il farmacista, il notaio – tutta gente colta, che sapeva, tra l’altro, anche di greco, e che spesso, quando abbozzava qualche etimologia, era proprio il greco che andava a scomodare.
Lo dico perché, a proposito di filò – le veglie serali di un tempo, passate nella stalla a raccontare, cantare, scambiarsi pareri sull’andamento della stagione, recitare il rosario... – m’è capitato di leggere che deriverebbe dal greco fìlos, ovvero amico.
Amicizia a parte, l’ipotesi fa sorridere; più verisimile è rimandare l’etimologia all’attività del filare (e quindi, in questo caso, dobbiamo più ragionevolmente rivolgerci al latino) che spesso le donne praticavano durante le veglie serali. Davvero un capolavoro è la scena del filò che Ermanno Olmi ha Ricreato ne «L’albero degli zoccoli».
Ma al latino dobbiamo tornare a bussare: il bresciano ci stupisce proponendoci un sinonimo di filò, diffuso soprattutto in Valcamonica – stremadìes/stremadécc/stremadés – in cui riconosciamo abbastanza agevolmente l’espressione latina extrema dies, la parte finale del giorno.
Ad onor di cronaca riportiamo anche l’espressione fà lüzèrna – «fare lucerna» – che il Pasquini (2013) dice attestato in Val di Saviore. Ma a voi, considerando la qualità della programmazione televisiva che spesso governa le nostre serate, non viene da ripensare con un pizzico di invidia all’intensa umana socialità che animava i poveri (ma ricchi) filò d’un tempo?
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