Quando l’egemonia americana è forza senza legittimità

Thomas Hobbes scrisse che «senza pretesti la guerra non accade». La guerra contro l’Iran è priva dell’autorizzazione politica del Congresso statunitense, come pure di quella legale delle Nazioni Unite. È perciò priva sia di legittimazione interna sia internazionale. A legittimarla sono quindi solo pretesti che vanno perciò considerati. Il pretesto avanzato lunedì da Pete Hegseth, Segretario della Guerra degli Stati Uniti è la «minaccia missilistica» iraniana. Sabato il presidente Donald Trump ha invece esortato gli iraniani a «riprendere il controllo del governo», grazie agli omicidi sistematici condotti coi bombardamenti contro la classe dirigente iraniana.
Sembra così di assistere a un ricorso storico, per cui percezione della minaccia e ambizione nel successo si ripropongono in circostanze mutate. In effetti, la guerra contro l’Iraq del 2003 fu decisa dal presidente George W. Bush avanzando la pretestuosa minaccia di certi sistemi d’arma e l’ambizione di un cambio di regime. Da allora, la più grande mobilitazione militare in Medio Oriente è proprio quella appena ordinata dal presidente Trump contro l’Iran.
È quindi un dato di continuità il fatto che i governi americani espressi dal partito Repubblicano restino fedeli all’intento di «rifare» il Medio Oriente con la guerra, in tutto o in parte. Ieri colpendo l'Iraq, oggi colpendo l'Iran. Da un lato, le loro dottrine affermano che l'egemonia americana si difende altrove, col «pivot Asia» o «isolandosi» nel controllo dell’emisfero occidentale. Dall’altro, la loro pratica è però quella di combattere sistematicamente e massicciamente in Medio Oriente, finora dilapidando vite e risorse proprie e altrui.
Sembra d’assistere a un ciclo di guerre «rivoluzionarie», cosiddette perché trascurano la difesa dell'ordine e della legittimità internazionale e, anzi, corrodono l’uno e l’altra. Il fatto è che quando la guerra è mossa senza alcuna ragione intelligibile, o la ragione ritenuta tale deriva da principi senza fondamento nella società internazionale, essa perde il carattere d’istituzione tra gli Stati e ne resta solo la perversità.
Update from CENTCOM Commander on Operation Epic Fury: pic.twitter.com/epEohq64Vf
— U.S. Central Command (@CENTCOM) March 3, 2026
È emblematico che la guerra contro l’Iran sia chiamata «Operazione furia epica», ma tale epicità potrebbe rivelarsi soprattutto nella frenesia militare dei suoi fautori e i suoi effetti imprevisti. Risalta d’altronde che costoro si sono prima votati astrattamente alla pace, poi si sono ritrovati a disporre atti bellici costanti. Se la guerra è il fallimento della politica e la diplomazia un mezzo di pace, allora si potrebbe trarre già un bilancio di un anno di governo trumpiano: massima forza militare, minima capacità politica, nessuna abilità diplomatica.
Di certo la repubblica egemonica statunitense è il più potente degli Stati nell’età del suo primato, tutt’altro che finito. Ad essa sono riconosciuti diritti speciali, ma sono pretesi anche analoghi doveri nel sostegno dell’ordine.
Oggi, però, si ripresenta un dato celato invano da certi apologeti: l’egemonia è anche violenza e può tendere al dominio. Come una potenza dominante senza obiettivi definiti è sospettata di nutrire ambizioni illimitate, una potenza egemonica senza obiettivi legittimi sembra volta a imprese scriteriate e tracotanti. La politica internazionale ha natura instabile e intrattabile, assomiglia a un monito perenne. Per capirlo basti considerare il rapporto tra i pretesti e gli esiti delle guerre, tra le certezze del momento e il loro brutale fallimento.
«Prevarremo facilmente», ha detto il Segretario della Guerra mentre l’Iran colpiva Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Israele. È una formula abbastanza ambigua per mutare di segno, proprio come le sembianze della guerra mutano alla stregua di un camaleonte, in corrispondenza di elementi politici e militari che interagiscono imprevedibilmente. Ciò però non toglie che, a dispetto del mutamento di colore, il camaleonte resti tale, e così la guerra, con le sue lugubri incertezze che sfidano ogni presunzione.
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