Trump e le lezioni trascurate della storia più recente

No, è difficile provare qualsivoglia pietà per un uomo come Khamenei o per gli altri vertici di un regime oscurantista e sanguinario, che solo poche settimane fa sterminava ragazzi e ragazze scesi un’altra volta in strada a invocare libertà.
Sì, è necessario e doveroso esercitare una critica minuta all’azione israelo-statunitense, la filosofia che vi sottostà, gli assunti strategici e politici che la ispirano, le parole con cui la si giustifica. Nel caso dell’amministrazione Trump si assiste all’ennesima, eclatante violazione del diritto internazionale e della Costituzione. Non ci si perita nemmeno di cercare una qualche giustificazione legale dell’azione o di coinvolgere, anche con una semplice notifica, il Congresso.
Un presidente ebbro di violenza dispiega con ostentato piacere quelle capacità militari senza eguali nella storia di cui gli Stati Uniti dispongono. Rivendica poteri assoluti nel suo ruolo di accusatore, giudice ed esecutore. Usa la forza, presumibilmente, anche nel suo ruolo di presidente a vita e dai poteri illimitati di quel «Board of Peace» che ambisce ad essere la nuova, fondamentale istituzione della governance globale.
Lo fa, quasi certamente, convinto dai membri – statunitensi e israeliani – di quell’alleanza ormai osmotica tra le destre estreme dei due Paesi.
Con quali obiettivi? E con quali potenziali cortocircuiti? I primi rimandano agli schemi ostentatamente neoimperiali della politica estera trumpiana e a come questi definiscono i progetti di plasmare un nuovo Medio Oriente. Teatro nel quale un Iran grandemente indebolito e a sovranità sostanzialmente limitata abbandonerebbe qualsiasi ambizione a svolgere un ruolo significativo nella regione. Dove l’influenza dei Paesi del Golfo si eserciterebbe primariamente nel loro sussidiare economicamente gli Stati Uniti: concorrendo a finanziarne il debito e garantendo cospicui investimenti, indirizzati anche verso le tante attività di Trump e della sua famiglia, immobiliare e criptovalute su tutti. E dove, infine, la sola e vera potenza regionale – quella che opera in sincrono con l’impero statunitense – sarebbe un’Israele legata organicamente agli Usa, capace di preservare l’ordine (e le gerarchie regionali) attraverso il dispiegamento di un’impareggiabile forza militare senza dover temere rappresaglie, estesa territorialmente con l’inarrestabile inglobamento della Cisgiordania, e «liberata» infine del problema palestinese, anche attraverso l’espulsione di massa di una parte consistenti degli abitanti di Gaza.
È un disegno che poggia sulla disponibilità a fare ricorso prolungato, se non permanente, a una violenza massiccia, come abbiamo visto e stiamo vedendo. E che concorre ad affondare quel che resta di una qualsivoglia parvenza di rispetto del diritto.
Ma al di là della sua crudeltà, del suo cinismo e della sua illegalità, è un disegno realistico? Lo scopriremo ovviamente con il tempo. La storia – anche quella molto recente – ci dovrebbe indurre alla cautela e alla preoccupazione. Dalla Libia all’Iraq all’Afghanistan, tanti nel XXI secolo sono stati gli interventi che hanno promesso, decapitando un regime e i loro brutali leader, di trasformarne in profondità i sistemi politici e le società, esportando libertà e generando così lealtà verso i «liberatori» statunitensi. Sappiamo bene, fin troppo bene, come è andata a finire: quali sono state le conseguenze; quale è il retaggio. L’Iran è un Paese di novanta milioni di abitanti, un sistema di potere stratificato, una società articolata e complessa, una comunità scientifica all’avanguardia, capacità tecnologiche (e quindi militari) rilevanti.
Pensare che basti eliminarne i vertici per promuoverne un cambiamento radicale appare davvero ottimistico se non velleitario. Ritenere, come pare ritenere Trump, che la minaccia e il dispiegamento costante della violenza sarà sufficiente per tenere Teheran in riga, e renderla acquiescente ai disegni regionali israeliani e statunitensi, sembra parimenti irrealistico. A monte agisce un senso di onnipotenza e d’impunità che il presidente statunitense incarna e sussume. E che, sul piano interno così come su quello internazionale, pare ispirarne ogni giorno di più azioni e comportamenti.
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