Quando l’antisemitismo intreccia l’antifascismo

Recentemente la ministra delle Pari Opportunità e della Famiglia, Eugenia Roccella, è uscita con questa affermazione: «Le gite scolastiche ad Auschwitz secondo me sono state incoraggiate perché servivano a dirci che l'antisemitismo è collocato in una precisa area: il fascismo».
Ne è nato un putiferio. E putiferio sia: discutere fa sempre bene. Magari senza cercare la rissa. Magari non limitandosi alle sole ricadute politiche immediate della questione sollevata, ma cercando anche di coglierne tutta la complessità. La Roccella ha posto due problemi di grande rilievo su cui a nostro avviso, val la pena di tornare: l’antisemitismo e l’antifascismo.
Sono due nodi storico-politici dai molti risvolti (ideali, morali, culturali) che hanno investito – e investono tuttora, come si vede – la nostra vita pubblica. Il primo, l’antisemitismo, ha una storia ben più lunga rispetto al fascismo; il secondo, l’antifascismo, ha la sua nascita nel Ventennio e ha espresso il massimo della sua forza nella lotta di Liberazione.
L’antisemitismo. È il fascismo che lo rende un progetto politico, prima con le leggi razziali (1938), in cui agli ebrei vengono tolti i diritti civili, e poi con la Repubblica di Salò che li tratta come «nemici» (art. 7 del Manifesto di Verona, novembre 1943). Scatta allora una grande caccia all’ebreo: confisca dei beni e arresto, infine deportazione (per i più, anche la morte) ad Auschwitz.
Se l’antisemitismo diventa progetto di governo, è anche perché il pregiudizio antiebraico è ben radicato nella cultura italiana come, forse ancor più, in quella europea. Ha avuto il suo terreno di coltura nell’antigiudaismo (l’ebreo, popolo deicida) e in tempi di nazionalismo esasperato (seconda metà dell'Ottocento) si è alimentato con l’antisionismo. Risultato: l’ebreo è stato elevato a icona del nemico del popolo per eccellenza e, in quanto tale, da perseguitare.
Non meraviglia perciò che, di fronte al massacro di civili inermi palestinesi sia scattata una reazione scandalizzata per la sorte riservata a un popolo povero e disastrato. Una reazione ispirata ad un terzomondismo che in alcune sue frange si colora di antisemitismo.
L’antifascismo. Ogni nuovo regime ha bisogno di un mito legittimante: in Francia la storica rivoluzione di fine Settecento, negli Stati Uniti la Dichiarazione d’indipendenza del 1776, (entrambe non a caso celebrate come feste nazionali), nell’Italia unita l’epopea risorgimentale. Per imporsi – si diceva – un mito, soprattutto se deve legittimare un regime, come il nostro repubblicano, costato una sanguinosissima guerra civile, aveva bisogno che ci si prodigasse perché questo mito fosse presto condiviso.
Era naturale del resto che la nascente democrazia assumesse l’antifascismo come mito legittimante. Non è naturale invece che a ottant'anni di distanza dalla nascita dell’Italia democratica esso resti un mito divisivo. Non solo resiste in spezzoni dell’opinione pubblica la considerazione di Mussolini (grande) «statista», non solo esiste un partito (Fratelli d’Italia) che inscrive la sua storia nel filone culturale del (neo)fascismo, ma soprattutto rimane una vasta area di italiani che storcono il naso a sentir parlare di antifascismo.
Il fatto è che l’antifascismo, più che da patrimonio ideale di valori da condividere, è stato usato come risorsa politica utile a legittimare a sinistra e a delegittimare a destra e, come tale, ha espresso una forte carica divisiva. Non è riuscito insomma a diventare (ancora) un patrimonio di valori condivisi.
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