Caso Segre, va superata la cultura dell’antisemitismo

Smontare e rimontare i meccanismi culturali. Se vogliamo consolidare l’idea di pace, serve questo. Pochi giorni fa l’incredibile dichiarazione della ministra Roccella, che ha suscitato la reazione della senatrice Segre, a sua volta oggetto di una se possibile ancora più incredibile intemerata di Francesca Albanese, nientemeno che funzionaria delle Nazioni Unite.
Ancora una volta il tema è l’antisemitismo. Paradossale posizione quella della senatrice a vita, quasi presa a tenaglia: perché all’antisemitismo storico, a quella nazi-fascista della Shoah, si sono aggiunte nuove e moltiplicate forme, in prima linea anche nei grandi cortei pro Pal di ispirazione progressista.

No, non ci siamo proprio. Il tono del dibattito pubblico di queste settimane non potrebbe essere più tristemente e drammaticamente vuoto, strillato, inconcludente, banalmente partigiano e dunque del tutto impotente. Per cui alla fine chi ha fatto migliore figura è chi ha parlato il meno possibile. O cerca di fare parlare i fatti.
E allora può esser proprio l’occasione per fare chiarezza, mettere in ordine le cose, anche alla luce degli accordi appena implementati per l’iniziativa della Casa Bianca e di alcuni paesi islamici, il cui cammino dipenderà proprio anche dalla tenuta culturale della pace dalle sue radici appunto culturali al di là del clamore delle propagande, dal riconoscimento reciproco dei soggetti, dall’azzeramento di ogni prospettiva di un’unica entità «dal fiume al mare», dove invece, come da migliaia di anni, popoli diversi sono chiamati a convivere. Da questo punto di vista può essere utile approfondire un poco, ed approfittare dall’ottantesimo anniversario di un documento scritto in latino, la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, con cui la Chiesa cattolica ha fatto i conti appunto con l’antisemitismo.
Fare i conti con l’antisemitismo, e dunque vaccinarsi, come purtroppo non è stato fatto nelle manifestazioni di questi mesi, pur di fronte a comportamenti inaccettabili dello stato di Israele, a proposito dei quali è rispuntata anche a livello ufficiale la parola genocidio, comporta smontare il meccanismo che omologa terra, sangue, fede, cultura, stato, nazione, popolo, ovvero introdurre salutari distinzioni. Questo è la democrazia. Si tratta di un sistema di difficile esportazione: gli Stati Uniti hanno gravissime responsabilità in questo senso nei decenni che seguono il 1989. Ma, combinata con il realismo politico, può dare frutti di pace e di prosperità. Anche in Medio Oriente.
Come si è arrivati alla per ora provvisoria soluzione? In qualche modo facendo appello al realismo e bilanciando forza e dialogo. Questo vale per Israele, per la sua leadership molto discussa e discutibile, come per le diverse realtà palestinesi. E vale per la capacità degli Stati Uniti di gestire insieme – cosa che sembrava perduta nella prima fase del mandato di Trump – soft e hard power, ovvero capacità di influenza economica e di deterrenza, ovvero di forza militare.
Smontare il meccanismo culturale e morale dell’antisemitismo, prima ancora che il meccanismo politico, permetterà anche di valorizzare senza inquinamenti il contributo delle manifestazioni popolari per la pace, come è avvenuto in modo esemplare nella partecipatissima marcia Perugia-Assisi e permetterà anche di essere più liberi e più credibili nel giudizio sulla politica di Israele, ovvero sviluppare tutte le possibili influenze, fino ad imporsi, come è stato fatto in queste settimane decisive di negoziati, per evitare che Israele si comprometta e perda credibilità e crediti morali, come stava tragicamente facendo con l’invasione di Gaza.
Francesco Bonini, rettore della Libera Università Maria Santissima Assunta, Lumsa, Roma
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