Da oltre vent’anni Cina e Russia consolidano un progressivo allineamento politico. Nello stesso periodo, i rapporti tra Pechino e Washington sono deteriorati: Taiwan, restrizioni commerciali statunitensi e l’espansione di alleanze e basi Usa nell’Indo-Pacifico sono diventati elementi di una rivalità sempre più aperta. Questo maggio, Xi Jinping ha ricevuto Donald Trump nella seconda visita di Stato del presidente americano in Cina. Oggi accoglierà Vladimir Putin per quella che sarà la venticinquesima visita del leader russo dal 2012, anno della salita al potere di Xi.
Il giorno dell’arrivo di Trump, il China Daily, quotidiano in inglese del Partito comunista cinese, ha scelto di aprire non sul presidente americano, ma sull’incontro di Xi con il presidente del Tagikistan. Un modo piuttosto elegante per suggerire che, almeno per una giornata, Washington potesse accomodarsi dietro Dushanbe nelle priorità editoriali di Pechino. Da giorni, invece, il giornale approfondisce le relazioni sino-russe e dedica ampio spazio alla visita di Putin.
Sembrerebbe una gerarchia semplice: Mosca partner fondamentale, Washington quasi irrilevante. La realtà è più complessa. Cina e Usa sono legati da una sorta di «dipendenza mutua assicurata», parafrasi della «distruzione mutua assicurata» nucleare. Nel 2025 gli scambi bilaterali superavano ancora i 580 miliardi di dollari annui; la Cina resta tra i maggiori detentori esteri di titoli del Tesoro Usa, con centinaia di miliardi investiti, mentre aziende americane dipendono dalla manifattura cinese e Pechino continua ad avere nel mercato statunitense uno sbocco cruciale per esportazioni ad alto valore.

La Russia, invece, dipende dalla Cina in modo assai più sbilanciato. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022 e l’uscita di centinaia di aziende occidentali, Pechino ha riempito il vuoto. Automobili cinesi, elettronica, macchinari e beni industriali hanno invaso il mercato russo. Oggi la Cina è il primo partner commerciale di Mosca e le importazioni energetiche cinesi hanno contribuito a mantenere in vita le entrate russe, in barba alle sanzioni occidentali.
Il ruolo economico della Cina è quindi stato decisivo per evitare un collasso — ma anche per alimentare la macchina bellica di Mosca. La Cina funge da principale riesportatore di tecnologia bellica occidentale in Russia, fornisce direttamente al Cremlino componenti fondamentali e facilita anche le relazioni commerciali di Mosca.
Per Xi, dunque, gli Usa, la più grande potenza economica e militare del mondo, restano il principale rivale sistemico ma anche il partner economico inevitabile. La Russia è invece un alleato strategico utile: potenza nucleare, fornitrice di energia e compagna nel tentativo di erodere quel che resta dell’ordine internazionale dominato dagli Usa a favore di un «multipolarismo» dai contorni spesso vaghi.

C’è poi un paradosso. Tra le tre grandi potenze, negli ultimi anni la Cina è stata spesso quella più prudente nell’uso diretto della forza. Mentre Mosca ha invaso l’Ucraina e Washington ha lanciato interventi militari che hanno alimentato nuove crisi, Pechino insiste sul commercio e condanna dazi e restrizioni. Non significa pacifismo. Significa calcolo. Perché la Cina sta costruendo da decenni la sua egemonia con la penetrazione economica, non con le bombe. E Xi continua comunque a ricordare che se mai Taiwan dovesse dichiararsi indipendente, verrebbe immediatamente invasa. Xi, quindi, non ha scelto Mosca contro Washington. Perché non vuole scegliere – e oggi nessuno può obbligarlo a farlo. La Cina ritiene di poter dialogare con entrambe da una posizione nuova: quella di una potenza che si considera sia sfidante che arbitro. La storia, però, insegna una cosa semplice: quando più potenze iniziano a considerarsi arbitri, il rischio è che nessuna riconosca più regole comuni.
Giovanni Cadioli, Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali, Università di Padova




