Quella tra Stati Uniti e Cina è stata, e per certi aspetti rimane, una delle interdipendenze più importanti e profonde della globalizzazione contemporanea.
Basata sul ruolo centrale del mercato statunitense nel trainare la crescita cinese; nella costruzione, da parte di molte imprese americane, di complesse catene di valore nelle quali alcuni stadi fondamentali del processo produttivo avvengono in Cina; nel finanziamento cinese del debito degli Stati Uniti; e in tanti altri ambiti, incluso quello degli scambi culturali e accademici (tra il 2000 e il 2020, il numero di studenti cinesi nelle università statunitensi è passato da 50 a 350mila).
President Donald J. Trump meets with President Xi Jinping in China. 🇺🇸🇨🇳 pic.twitter.com/LeQOPzBKd2
— The White House (@WhiteHouse) May 14, 2026
Negli ultimi anni si è assistito a un parziale disaccoppiamento delle economie dei due paesi e al tentativo statunitense di emanciparsi dall’interdipendenza.
Sono diminuiti volumi commerciali e deficit americano; vi è stata una drastica contrazione degli investimenti esteri diretti; la Cina ha liquidato dollari passando in pochi anni da primo a terzo acquirente di titoli del Tesoro statunitense; inaugurati in pompa magna a inizio secolo, gli Istituti Confucio – simbolo e strumento della diplomazia culturale di Pechino – hanno per la gran parte chiuso i battenti negli Usa.
Un processo, questo, ulteriormente acceleratosi dopo l’elezione di Donald Trump, tra dazi, guerre commerciali ed esplicite denunce della Cina come la principale rivale globale degli Stati Uniti.
— Mao Ning 毛宁 (@SpoxCHN_MaoNing) May 14, 2026
Il vertice tra Xi e Trump evidenzia però tutti i limiti di questo disaccoppiamento ovvero la resilienza di alcuni cruciali elementi dell’interdipendenza tra Cina e Usa. Lo ha evidenziato la composizione della delegazione statunitense, riempita di figure di un mondo imprenditoriale che agogna l’accesso al mercato cinese (è il caso di Nvidia) o fatica a emanciparsi da una supply chain ancora molto sinocentrica (come nel caso di Apple). E lo hanno mostrato le dichiarazioni, concilianti e amichevoli, delle due parti, quella americana in particolare.
Perché i rispettivi mercati sono importanti per l’una e per l’altra parte, a maggior ragione – nel caso degli Usa – in un anno elettorale nel quale è fondamentale non perdere i voti e finanziamenti di una parte del mondo agricolo. Perché la Cina abbisogna di tecnologia sensibile che può venire solo dagli Stati Uniti, laddove questi ultimi necessitano di fondamentali minerali critici di cui invece dispone primariamente la Cina. E perché, infine, le due parti preservano importanti leve di pressione su attori terzi – che dipendono da loro economicamente o per la sicurezza – e possono offrire un aiuto indispensabile per condizionarne i comportamenti e risolvere eventuali crisi.
Questo ultimo aspetto è indicativo delle fondamenta quasi neoimperiali di questo rinnovato dialogo tra Cina e Stati Uniti. Fondato sul riconoscimento della dipendenza reciproca, si diceva. Ma basato anche sull’ambizione a una sorta di co-gestione dell’ordine mondiale che surroghi un sistema istituzionalizzato di governance che – dalle Nazioni Unite all’Organizzazione Mondiale per il Commercio – pare essere ormai al collasso.
L’imperialismo è stato storicamente una forma di governo del mondo. Poggiante su una precisa gerarchia tra gli attori del sistema internazionali, e i privilegi e responsabilità che ne conseguono per le potenze imperiali superiori. Nel quale la dimensione collaborativa inter-imperiale è risultata spesso preminente. Ma in cui l’antagonismo tra imperi, più o meno latente, è sempre stato presente.

Se letta in questa chiave, la piccola distensione tra Cina e Stati Uniti pare anche funzionale a entrambe le parti per guadagnare tempo e trarre il massimo vantaggio sul breve periodo. Per cercare fonti alternative di approvvigionamento di minerali critici, gli Usa; per consolidare una crescente autosufficienza tecnologica, la Cina. Per fare dell’interdipendenza attuale lo strumento con cui riacquisire una piena sovranità di cui, per il momento, né l’una né l’altra parte davvero dispone.
Mario Del Pero – Docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi




