L’offensiva russa in Ucraina è in stallo. La grande spallata nel Donbas, annunciata per mesi da Mosca, non si è verificata. Al contrario, nelle ultime settimane l’esercito ucraino è riuscito a recuperare terreno in alcuni settori del fronte orientale e meridionale, rallentando ulteriormente un’avanzata russa che già da mesi si misurava in pochi chilometri conquistati al prezzo di perdite enormi, non certo in sfondamenti decisivi.
È dentro questo quadro che torna a riaffacciarsi il tema di un possibile cessate il fuoco. A spingere in questa direzione è certamente il clima internazionale delle ultime settimane, segnato dalla tregua che ha interrotto le ostilità tra Iran e blocco israelo-americano. Ma pesano anche le dichiarazioni dello stesso Vladimir Putin durante il Giorno della Vittoria del 9 maggio, data simbolicamente centrale per il potere russo perché celebra la vittoria sovietica sul nazismo nella Seconda guerra mondiale e rappresenta il principale rito politico e patriottico del Cremlino. Proprio in quell’occasione Putin ha dichiarato che la guerra in Ucraina starebbe «arrivando alla fine», aprendo anche alla possibilità di negoziati con l’Europa.
La ragione è semplice: nessuno dei due contendenti appare oggi in grado di vincere sul campo. La Russia continua a soffrire perdite spaventose in uomini e mezzi. Il dissenso interno, pur represso, cresce lentamente. E soprattutto il Cremlino non prende nemmeno in considerazione una mobilitazione generale di milioni di uomini: una scelta che rischierebbe di provocare tensioni sociali tali da mettere in discussione la stabilità stessa del regime putiniano. L’economia russa continua a reggere grazie alla spesa militare, alle esportazioni energetiche e all’adattamento alle sanzioni, ma dopo quasi quattro anni e mezzo di guerra la stanchezza è evidente.
Anche l’Ucraina, però, è esausta. Sostituire le perdite al fronte diventa sempre più difficile. Crescono le tensioni interne attorno alla leva obbligatoria e ai metodi spesso brutali delle squadre di reclutamento. Le immagini recenti di soldati ucraini estremamente denutriti hanno restituito la fotografia di un esercito che resta in grado di resistere e di contrattaccare localmente, ma che appare lontanissimo dalla possibilità di «vincere la guerra» militarmente.

La stanchezza si sente anche in Europa. I recenti aiuti da circa 90 miliardi di euro a Kiev – finanziati tramite nuovo debito comune europeo, sostenuto in parte dagli interessi maturati sui beni russi congelati – non coprono nemmeno il fabbisogno ucraino per i prossimi due anni. Intanto l’economia europea affronta i nuovi costi energetici provocati dall’aggressione israelo-americana all’Iran, dentro una fase di crescita già quasi impercettibile.
Ecco perché si torna a parlare di un possibile dialogo diretto tra Europa e Russia. Ma le prospettive restano limitate. Lo dimostra la proposta avanzata da Mosca di coinvolgere Gerhard Schröder come interlocutore europeo: l’ex cancelliere tedesco è da anni legato economicamente e politicamente agli interessi energetici russi ed è considerato in gran parte d’Europa una figura apertamente vicina al Cremlino.
Il paradosso è evidente. Né Russia né Ucraina possono vincere sul campo. L’Europa avrebbe tutto da guadagnare da un cessate il fuoco, inclusa la possibilità di stabilizzare - e potenzialmente aumentare - flussi energetici russi che, nonostante sanzioni e retorica politica, non sono mai stati completamente interrotti. Ma la strada diplomatica resta in salita. Anche perché gli Stati Uniti hanno ormai abdicato a qualsiasi ruolo di negoziatore equilibrato e da oltre un anno e mezzo sono diventati uno dei principali fattori di ulteriore destabilizzazione internazionale.
Giovanni Cadioli, dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali, Università di Padova




