Se per sentirsi più protetti val bene sacrificare la propria privacy

La richiesta da parte dei Comuni (bresciani e, in generale, italiani) di maggiori fondi all’esecutivo alla voce sicurezza racconta di promesse mancate e inquietudini, come pure di dati di fatto a cui si dovrebbe prestare maggiore attenzione. Le aspettative disilluse sono quelle nutrite dagli stessi partiti di maggioranza che da qualche anno siedono di nuovo al governo, saliti al potere promettendo di assicurare ai cittadini una maggiore sicurezza.
Ma le promesse si sono tradotte soprattutto in proclami e decreti-legge, oltre che in giri di vite sul diritto a manifestare il dissenso, e molto meno nell’annunciato incremento di forze di polizia sul territorio: per ragioni di bilancio, si dice dalle parti di Palazzo Chigi, e questo spiega anche la polemica tra Guido Crosetto e Matteo Salvini sull’impiego dell’esercito per pattugliare il territorio nazionale. Le inquietudini sono il terreno di confine fra la realtà e la percezione, e su quest’ultima giocano un’influenza decisiva il clima di opinione e il dibattito sui media – una dimensione che, comunque, non dovrebbe essere liquidata troppo frettolosamente, come mostrano le difficoltà elettorali sul tema della sinistra.

Proprio l’inquietudine e un certo discorso pubblico che la alimenta (per ragioni di audience mediatica o per strumentalismi politici) spiegano il passaggio dalla diffidenza generalizzata nei riguardi della proliferazione delle telecamere nelle città all’indifferenza diffusa sino, come nella fase attuale, alla richiesta di una loro ulteriore moltiplicazione (e di più agenti di polizia per le strade).
In termini prospettici, la questione della privacy è andata degradando a tema strettamente individuale. Anzi, la maggior parte degli individui tende a considerarla secondaria, cedendone ampie quote in cambio della fruizione dei servizi (come avviene con i social). E, dunque, tale tematica appare ancor più «irrilevante» sul piano della sicurezza esistenziale. Ma, per quanto indispensabile, il presidio poliziesco del territorio rischia di essere sempre insufficiente e, dunque, di ricadere sotto i limiti delle scorciatoie cognitive.
Di fronte a un crimine, gli agenti non basteranno mai a far sentire alcune persone sicure, perché è impossibile arrivare alla condizione dei «reati zero». Servono anche altri piani (come quello culturale), e sono necessarie una socialità partecipata e un’integrazione degli stranieri autentica e non soltanto declamata a parole, lasciando poi troppo spesso da soli la Chiesa, il Terzo Settore e il privato sociale che le praticano effettivamente.
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