A settembre, se non subentreranno imprevisti ribaltamenti di fronte, il governo Meloni diventerà quello che è stato più a lungo in carica nella storia repubblicana, che ha visto succedersi 68 governi e 31 diversi presidenti del Consiglio, con una durata media degli esecutivi relativamente breve. Il primo, nel 1946, fu presieduto da De Gasperi.
Per ora Meloni è al secondo posto, inanellato tra un primo – 1.412 giorni in carica – ed un terzo - 1.287 giorni in carica – entrambi intestati a Silvio Berlusconi. Al quarto posto si attesta il Craxi I, al quinto quello di Renzi, al sesto il Prodi I, al settimo il Moro III, all’ottavo il Prodi II, al nono il De Gasperi VII, al decimo il Segni I, all’undicesimo l’Andreotti VI con 629 giorni in carica. Il più breve fu il Fanfani I, con 22 giorni in carica.

A significare quanto succedeva Amintore Fanfani fu presidente del Consiglio di sei governi, restando in carica in totale per 1.659 giorni. Il presidente del Consiglio più duraturo è stato Silvio Berlusconi, con 3.339 giorni sommando tutti i suoi governi. La durata dei Governi, e il riciclo più volte dei singoli presidenti, rispecchia il clima politico variato nel tempo. Quindi non è automatico che governo lungo significhi efficacia decisionale.
Nella lunga stagione democristiana i cambiamenti dell’esecutivo rispondevano al variare delle maggioranze dentro il partito, cioè allo stato di salute delle correnti interne, e dei rapporti di forza tra gli alleati che declinavano l’azione esecutiva. Quando i partiti si sono fatti personali, il presidente del Consiglio era il vincitore delle elezioni che lo impersonava. Il lungo governo Meloni ha registrato vistosi cambiamenti di stato, che si interfacciano con la sua azione quotidiana.
In questi giorni ricorre il primo anniversario della morte di papa Francesco e della elezione di Leone XIV. Settimana dopo settimana si prende atto che si stanno verificando cambiamenti di atteggiamento, che propongono diverse modalità di stare in campo della Chiesa cattolica. Prevost cita sovente Bergoglio, ma poi manifesta, con continuità pedagogica, la sua impronta. Richiama le periferie del mondo, per la sua formazione missionaria, con la forza agostiniana della centralità vaticana del papato che intende esercitare.
Lo scontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è figlio dell’esercizio della Rerum Novarum in questo tempo di trasformazioni epocali e della volontà di non lasciare emarginare il ministero ecclesiale dall’esercizio distorsivo della politica imperiale. Lui non contesta Trump per scelte politiche, lui predica e testimonia il Vangelo. L’attacco violento, portatogli direttamente e senza sfumature da Trump, ha costretto i politici a prendere posizione e quindi schierarsi rispetto ai comportamenti politici in atto del presidente Usa sullo scenario mondiale.
Giorgia Meloni ha dovuto sommare i suoi più di prese di distanza, venendo a sua volta delegittimata e minacciata da Trump. La ricerca di una diversa quadratura del cerchio non è dato sapere se e come favorirà la Meloni nella ricerca di un primato assoluto della sua durata a capo del Governo. Potrebbe esporla ad una solitudine che non favorisce una nuova legge elettorale, sconta bilanci severi, schiude le porte alla problematicità di prossime maggioranze riunite nel suo nome. Durare penalizzando la prospettiva che si fa largo.



