Groenlandia, Trump, dazi: missione di frontiera per la premier Meloni

Se ci si propone di fare da mediatori tra un presidente imprevedibile, umorale e autoritario come Donald Trump e le tante voci che compongono un coro europeo troppo spesso stonato, si corrono dei rischi ma si può anche cogliere qualche opportunità, e migliorare la propria skill geopolitica. Questo sta succedendo a Giorgia Meloni che sin dall’inizio della attuale presidenza statunitense si è ripromessa di giocare un ruolo che le consentirebbe di salvare, da una parte, l’affinità politica con Trump, dall’altra la fedeltà europea, entrambe indispensabili per la premier. Adesso, dopo i duri discorsi di ieri, rimbalzati da Washington a Davos, bisogna capire se il tentativo abbia ancora un senso.
Però Meloni si è guadagnata stima per aver alzato il telefono e aver detto di persona a Trump: stai sbagliando sui super dazi contro chi ha mandato soldati in Groenlandia. D’altra parte la presidente del Consiglio non ha molte difficoltà a convincere tedeschi e inglesi che la linea dura evocata dalla Francia (e ripetuta ieri da Macron, il cosiddetto «bazooka») è, per usare le parole del ministro Crosetto «la peggiore risposta possibile».
Al di là delle espressioni molto nette usate da Ursula von der Leyen al summit svizzero, anche la presidente della Commissione vuole cercare un compromesso. E domani al Consiglio europeo queste dinamiche dovrebbero trovare uno sbocco utile, positivo, risoluto ma non bloccante. È il duro mestiere che Giorgia Meloni si è auto-incaricata di svolgere.
In patria questa ambizione è fonte di ironie (che sembrano frutto soprattutto della consueta sottovalutazione della nostra presenza nel mondo e della normale polemica politica da parte delle opposizioni). Se si guarda invece agli Usa e a Bruxelles, proprio la collocazione di «frontiera», per quanto rischiosa, potrebbe offrire a Giorgia Meloni la sua migliore occasione.
Certo mettersi in mezzo ti può anche stritolare, a meno che tu non abbia dalla tua armi di buon senso che sappiano far vedere a ciascuno il proprio tornaconto. E su questo la strada di per sé sarebbe già aperta: se si passa dal piano militare e geopolitico («La Groenlandia è nostra, ci serve») al piano della trattativa economica, commerciale e anche di sicurezza («troviamo accordi che servano all’intera comunità occidentale e Nato per respingere gli appetiti russi o cinesi sull’isola») allora c’è tutto un repertorio possibile di mediazioni: non facili, non indolori, ma possibili. Tutto sta a spostare il piano del confronto evitando la contrapposizione frontale.
In tante vicende in cui l’Italia della Prima Repubblica è stata coinvolta, abbiamo saputo dimostrare di essere coloro, talvolta gli unici, che riescono a parlare con tutti proprio per la nostra innata flessibilità: perché negare a Giorgia Meloni la possibilità di giocare questa partita? Tra l’altro servirebbe, dal suo punto di vista, a rispondere alle accuse di vassallaggio che le piovono addosso dalla sinistra. È una scommessa, vediamo se la saprà vincere.
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