Piano 5.0, il governo salva il rapporto fiduciario con le imprese

Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni non poteva permettersi il lusso di perdere il feeling col mondo imprenditoriale
Il presidente di Confindustria Orsini con la premier Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente di Confindustria Orsini con la premier Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La minaccia di un brusco ritiro del mandato fiduciario concesso al governo sin dal primo giorno della legislatura ha prodotto il risultato cercato dal presidente di Confindustria Orsini: il governo, a prezzo di «qualche sacrificio» per dirla col ministro Foti, ha rimesso sul tavolo i fondi, prima promessi e poi ritirati, per finanziare il credito di imposta per le imprese che hanno programmato investimenti sulla digitalizzazione e la transizione energetica 5.0.

Non solo sono tornati i milletrecentomilioni che si erano volatilizzati «causa guerra», ma ne sono stati aggiunti altri duecento arrivando ad un credito d’imposta del 90%, altro che il temuto 35. Dopo la sconfitta referendaria, certamente Giorgia Meloni non poteva permettersi il lusso di perdere il feeling col mondo imprenditoriale con cui, per esempio, condivide la necessità di ridimensionare l’ideologismo delle misure del Green Deal senza però contraddire gli obblighi della transizione.

Un consenso da mantenere per varie ragioni, a partire da quella che, se si guarda bene la geografia del voto referendario, i distretti più produttivi del Paese, soprattutto al Nord, si vede che hanno tutti votato per il sì alla riforma Nordio. Ma soprattutto Palazzo Chigi non può tranciare il rapporto con il ceto produttivo se si pensa a cosa lo aspetta nell’anno che ci separa dalle elezioni del 2027. Per fare in modo che la batosta del referendum non sia esiziale per il centrodestra, innanzitutto è importante allentare cautamente (vedi Sigonella) il legame, mal sopportato dall’elettorato, con colui che da Washington ha deciso di attaccare l’Iran provocando un terremoto sui costi dell’energia – già da noi più che cari che altrove – e aprendo prospettive di decrescita dell’economia fino ad una possibile recessione. Oltretutto mettendo a rischio l’uscita dalla procedura di infrazione per sforamento del deficit che invece era certa fino a gennaio.

Prendere (ripetiamo: molto cautamente) le distanze da Trump è importante ma poi bisogna dimostrare, proprio alla vigilia delle elezioni anticipate, di essere capaci di mantenere la barra dritta sui conti pubblici tenendo lo spread a livelli bassi, ma anche di saper reagire ai rischi recessivi con misure adeguate. In questo senso togliere i fondi di Transizione 5.0 si stava dimostrando un tragico errore che non a caso ha provocato non poche discussioni tra il ministro dell’Economia Giorgetti («bisogna decidere chi aiutare») e quello dello Sviluppo Urso. Alla fine è stata Meloni a dire quello che Foti ha spiegato: occorre trovare i soldi a costo di sacrifici. Simile logica porta alla proroga delle misure di taglio delle accise sul prezzo dei carburanti almeno fino alla fine del mese, sperando che la guerra finisca e che lo Stretto di Hormuz si riapra.

Dicono che Meloni abbia chiesto ai suoi di far cadere le ipotesi di elezioni anticipate, negando di aver mai avuto la tentazione di correre alle urne per cauterizzare la ferita del referendum ed evitare di passare l’anno elettorale, alle prese con quel tipo di difficoltà economiche e geopolitiche, con la debolezza di un’anatra zoppa. Dunque, ufficialmente questa tentazione non c’è. Però si è contemporaneamente accelerato il lavoro sulla nuova legge elettorale con tanto di provvidenziale premio di maggioranza. In politica, del resto, bisogna sempre avere a disposizione un’uscita di sicurezza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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