Perché gli uomini muoiono prima delle donne? Il ruolo della biologia

Perché gli uomini muoiono prima delle donne? La differenza è nota da tempo: negli Stati Uniti, l’aspettativa di vita maschile si ferma poco sotto i 76 anni, contro circa 81 per le donne. Il fenomeno è evidente anche in Italia, dove si vive più a lungo, ma con lo stesso squilibrio: nel 2024 gli uomini hanno raggiunto in media 81,4 anni, contro 85,5 anni delle donne. Un vantaggio femminile di oltre quattro anni, osservabile in tutte le regioni, pur con differenze territoriali tra Nord e Sud. Un divario stabile da decenni, che i progressi della medicina non sono riusciti a colmare.
Le spiegazioni tradizionali puntano sui comportamenti: gli uomini fanno (o hanno fatto) lavori più logoranti, fumano e bevono di più, si rivolgono meno ai medici e seguono diete meno salutari. Ma questa interpretazione regge davvero quando si considerano tutti i fattori possibili?
Da questa domanda è partito uno studio recentemente pubblicato (NHNES, 1999-2016), che ha seguito oltre 47.000 persone per diciotto anni, analizzandone sia la mortalità complessiva sia quella per cause principali: dalle malattie cardiovascolari ai tumori, dalle malattie respiratorie fino all’Alzheimer.
Sono stati presi in esame quasi tutti i fattori misurabili: età, etnia, fumo, alcol, ipertensione, diabete, obesità, reddito, istruzione, attività fisica, accesso alle cure, esposizioni lavorative.
Il risultato è netto: anche dopo aver controllato («neutralizzato») questi fattori, il rischio di mortalità dei maschi resta superiore del 63% – una differenza sorprendente, che mette seriamente in discussione l’idea che lo stile di vita sia la spiegazione principale. Conta, certo, ma non basta: anche a parità di condizioni, il vantaggio femminile persiste.
Se i comportamenti non bastano, bisogna guardare alla biologia. La maggiore vulnerabilità maschile potrebbe avere radici nella genetica, nella selezione naturale e nel funzionamento del sistema immunitario. In questo quadro, gli ormoni sessuali sono solo una parte della storia. Il nodo è probabilmente più complesso: l’interazione tra cromosomi X e Y, la regolazione dei geni e le differenze nelle risposte immunitarie. Un intreccio di fattori che ancora sfugge a una spiegazione completa. Le donne, ad esempio, hanno due cromosomi X, che possono offrire una sorta di «ridondanza genetica» e quindi una protezione aggiuntiva.
Capire cosa protegge le donne potrebbe aprire nuove strategie terapeutiche – non limitate a replicare gli effetti degli estrogeni, ma orientate a individuare i meccanismi più profondi che riducono il rischio di morte. Lo studio ha però anche limiti importanti. Mancano dati su alcune variabili sociali difficili da misurare, a cui gli studi più recenti attribuiscono un peso crescente, e su fattori legati alla gravidanza. Inoltre, l’analisi si ferma prima della pandemia di Covid-19, durante la quale la mortalità maschile è risultata particolarmente elevata. C’è poi un paradosso che complica la lettura: le donne vivono più a lungo, ma spesso in condizioni di salute peggiori. Nello studio, ad esempio, hanno riferito meno frequentemente uno stato di salute «eccellente».
I dati italiani aggiungono un elemento ulteriore: viviamo più a lungo, ma non necessariamente meglio. La speranza di vita in buona salute si ferma a circa 58 anni e, negli ultimi anni, è persino diminuita. Paradossalmente, le donne – pur vivendo più a lungo – trascorrono più anni con malattie o disabilità.
Per questo la domanda non è solo perché si muore prima o dopo, ma come si vivono gli anni guadagnati. Età avanzata e qualità della vita non coincidono necessariamente. Il punto pertanto non è stabilire chi vive di più, ma usare queste differenze per capire qualcosa di più profondo sul funzionamento del corpo umano – e, forse, su come vivere meglio più a lungo.
La vera domanda, allora, non è chi vive di più – ma come trasformare quegli anni in vita buona.
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