Se la percezione supera la verità, la democrazia rischia grosso

Nelle ultime settimane si sono rianimati i flussi informativi che raccontano, realtà e vicende «interpretando» gli avvenimenti ad uso e consumo dei diffusori di news
Trump con un ordine esecutivo appena firmato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Trump con un ordine esecutivo appena firmato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Nelle ultime settimane si sono rianimati i flussi informativi che raccontano, realtà e vicende «interpretando» gli avvenimenti ad uso e consumo dei diffusori di news. Non si tratta solo di quelle che siamo abituati a chiamare «fake news» (il paramedico ucciso con dieci colpi di pistola alla schiena mentre era bloccato a terra descritto come un terrorista armato), ma anche vere e proprie modalità di comunicazione che allontanano dalla visione realistica i lettori.

La tendenza ormai radicata produce tutta una serie di effetti collaterali che rischiano di minare alle radici i nostri modelli democratici. Uno degli effetti più pericolosi è il trovare del tutto naturale confrontarsi durante le campagne elettorali con progetti difficili da realizzare dimenticando di verificare se il «realizzato» dichiarato da chi governa corrisponda a verità.

Iniziamo da un esempio facilmente verificabile leggendo quanto affermano i «tifosi» di Donald Trump. Per questi fans l’economia Usa (come da promesse del presidente) non è mai stata migliore di oggi. Non è vero perché oggettivamente l’inflazione ancora fuori target, numeri preoccupanti sull’occupazione, il ballo del dollaro, pur non mostrando una nazione in crisi nemmeno ne descrivono mirabolanti successi. Anche in questo caso vince la percezione.

Perché è rischiosa questa deriva? Perché rende sempre più labile il processo democratico che si basa sulla necessità di associare promesse a risultati. Un processo che deve essere alimentato dalla capacità di valutare la fattibilità delle promesse (e le conseguenze di sistema che le stesse, se realizzate, andrebbero a generare), verificarne nel merito (e oggettivamente) la fase di loro realizzazione (anche riconoscendo come oggettivi e non come alibi motivi ostativi alla loro completa realizzazione), valutarne ex post realizzazione ed effetti.

Prendendo ad esempio il nostro momento attuale, sottolineando che questo meccanismo pericoloso era già presente nel recente passato con altri governi, proviamo a recuperare tre promesse sulle quali la maggioranza ha raccolto adesioni. La prima è la promessa di ridurre la pressione fiscale. Dichiarazione difficile da realizzare in un paese che vede livelli di evasione importanti, norme fiscali incoerenti ma, soprattutto, un fabbisogno di risorse e un debito difficili da gestire. Il racconto odierno dichiara un successo enfatizzando piccoli tagli per una parte di italiani che le tasse le pagano (costretti o per etica), dimenticando di riconoscere che la pressione fiscale totale nel nostro Paese (sempre per chi le tasse le paga) è negli ultimi anni cresciuta (nel 2023 eravamo al 41,2 oggi siamo al 42,8 portandoci al 4 posto per pressione fiscale tra i paesi avanzati).

La premier Giorgia Meloni a Padova - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni a Padova - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La seconda promessa elettorale che prendiamo come esempio è quella legata al sistema pensionistico. In questo caso le promesse erano due. La prima di limare l’età soglia per andare in pensione, la seconda di adeguare i minimi pensionistici ad un livello dignitoso (mille euro si diceva come minima). In entrambi i casi erano promesse molto difficili da realizzare. Ancora una volta la difficoltà era legata al fabbisogno di risorse che rendevano (oggi ancora di più) più fattibile un allungamento dell’età pensionabile che l’accorciarla e una necessità di governare i flussi in uscita senza cambiare «le regole del gioco».

Effettivamente oggi si sono aggiunti (non tolti) mesi all’età pensionabile e i mille euro rimangono un miraggio assai lontano. Sui due punti assistiamo a comportamenti diversi da parte di chi ci governa. Si minimizza sul fatto che «pochi mesi siano temporanei» (si sa quanto la temporaneità sia fallace in Italia) mentre si è enfatizzata la comunicazione sugli aumenti pensionistici cercando di «nascondere» la realtà (8 euro mese per le minime arrivando a 611,85 con previsione straordinaria di portarle a 619 nell’anno) citando solo le cifre percentuali+ 1,4% senza nemmeno paragonare questo aumento al dato inflattivo.

L’ultima promessa molto efficace era quella sulle accise per gli idrocarburi. Inutile entrare nel merito perché tutti noi sappiamo che le accise vivono per decenni, dai terremoti del secolo scorso in avanti, senza possibilità reale di loro riduzione con la costante prassi, invece, di un loro aumento e così è stato.

Il processo democratico rischia di non sopravvivere sostituendo la «percezione» alla verifica preventiva, contingente e successiva. Questo rischio non è solo evidente leggendo la fuga dalla «cabina elettorale» ma, soprattutto, dall’affermarsi dell’indifferenza che di diffonde tra i cittadini verso regole di governo socialmente definite con conseguente affermazione di comportamenti di affermazione di interessi personali.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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