Pedagogia della gioia: come allenare quest’emozione universale

Simile alla felicità, è una dotazione sociale che abbiamo fin dalla nascita, ma che non è inesauribile: va alimentata
La gioia - Foto Pexels
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La gioia è un’emozione «rotonda» o meglio circolare com’è la stessa parola ricca di vocali che la riempiono. È un’emozione universale e una dotazione che ritroviamo alla nascita, per eccellenza sociale, a conferma che siamo animali che vivono con gli altri e ne hanno necessità.

Attiva già nei primi mesi di vita è comunicazione e linguaggio senza parole, fatta di quel precoce sorriso che unisce madre e bambino, fondamentale e esclusivo. È lo sguardo che stabilisce il legame tra il neonato e il mondo, che in quel momento è la madre. Solo lei.

Si tratta di un’emozione basica che non apprendi ma narri con il corpo, con il viso che si illumina e si allarga, con gli occhi che parlano e gli zigomi che si contraggono. Con tutto il corpo che vibra. Una manifestazione che somiglia tanto alla felicità, anche se quest’ultima è più una condizione che uno stato d’animo. Sembrano coincidere e sovrapporsi perché entrambe rendono partecipi nel piacere soggetti diversi e aprono a una circolarità di sentimenti. Tutte e due costruiscono legami e mettono in moto sentimenti come l’ammirazione, l’attrazione e la compassione.

Gli studi confermano che la gioia è una dotazione utile anche a contenere gli stati affettivi negativi, quelli difficili da gestire come paura e rabbia. Ma grazie alla gioia impariamo a curiosare attorno a noi e dentro di noi, così da trovare strade nuove e costruire «ponti», ovvero relazioni e contatti che alimentano il desiderio e sono energia propulsiva sul piano della socialità.

Va detto però che la gioia, così come l’empatia con i suoi neuroni specchio, non è inesauribile. La dobbiamo alimentare, far crescere dentro nella propria casa interiore. Essa si sviluppa grazie all’esercizio e all’educazione e ci fa sentire capaci di agire, competenti e in grado di affrontare la vita e le situazioni. È attraverso la gioia che siamo connessi ai nostri obiettivi e l’avvicinamento ad essi ci rende fiduciosi e ci ricarica di energia.

Se qualcuno si domanda dove alberghi la gioia nella nostra quotidianità, troverà chi dice che si prova solo se non ci sono emozioni negative che ci distraggono e ci fanno star male. Ma di solito è un equivoco dato dalla carenza di fiducia in noi stessi, perché essa continua a coesistere dentro con altri sentimenti anche quando c’è il buio che la nasconde.

Va cercata, scovata, rincorsa e allenata. Non si manifesta da sola, anche se è presente nel tempo oscuro delle cris, nei momenti del dolore e dello sconforto. Però è bello quello che pensa Vito Mancuso («Non ti manchi mai la gioia», Garzanti) che sogna possa esserci una «pedagogia della gioia» e dice: «Sogno un ipotetico discorso agli studenti il primo giorno di scuola in cui si dica loro più o meno così… Imparerete a stare con gli altri, e imparerete a stare da soli con voi stessi. Imparerete a riflettere su ciò che avete ascoltato... Imparerete a donarvi, e imparerete a proteggervi... Imparerete tutto questo tramite la cultura. Non c’è nulla di più importante della cultura, il cui nome deriva da coltura, ovvero coltivazione, e quello che voi imparerete a coltivare sarà la vostra interiorità».

Giuseppe Maiolo, psicoanalista Università di Trento

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