Patrimoniale e fiducia: la lezione delle Contrade di Siena

Le Contrade di Siena, si sa, operano come piccoli Stati indipendenti, almeno per quanto riguarda la vita intorno al Palio e per molte attività di stampo sociale che la logica mutualistica di questa antica istituzione comporta.
Ogni contradaiolo contribuisce al governo delle Contrade secondo una logica molto chiara ed esplicita «da ognuno secondo le proprie disponibilità». È una regola antica che il sistema ha consolidato nel tempo, cosicché ogni contradaiolo si vede richiedere, o autonomamente versa, una percentuale del proprio reddito.
Si tratta di una percentuale che viene comunque commisurata al reddito reale, cioè indipendentemente da ciò che emerge dalle dichiarazioni fiscali. Il motivo è molto semplice. Ogni senese sa che esiste una sorta di «controllo sociale» che fa sì che, a prescindere da eventuali meccanismi evasori, il proprio reddito – reale - è risaputo. Dal controllo sociale non si scappa, la ricchezza generata determina la percentuale da versare per il governo della Contrada. Va anche detto che ogni contradaiolo è ben consapevole di come le risorse vengono utilizzate.
Sa che, oltre per gestire ciò che avviene intorno al Palio, ossia spingere per la vittoria del proprio cavallo o per la sconfitta della Contrada cosiddetta nemica, le risorse raccolte servono anche per gestire attività che oggi chiameremmo di welfare. Il sistema comunitario è molto efficiente e visibile a tutti. A prescindere dallo status sociale, tutti hanno accesso e possono trarre benefici nel proprio vivere perché c’è la Contrada che garantisce vicinanza (dalla culla fino al saluto estremo). Chi discute pro o contro la cosiddetta legge patrimoniale, dovrebbe riflettere sul funzionamento delle Contrade senesi.
Che tutti possano contribuire secondo le proprie disponibilità è costituzionalmente previsto e, in fondo, anche accettabile. Il fatto che qualche volta di fronte a situazioni difficili del Paese ci possono essere anche contributi emergenziali può essere persino fattibile (se la Contrada non vince da molti anni si è indotti a promettere più denaro per vincere e durante il Covid maggiori risorse sono state indirizzate verso i più deboli). Anche così si legge, in fondo, la vera forza di una comunità. Il problema però è che nel nostro Paese mancano i due presupposti a cui si è fatto poc’anzi riferimento.
Innanzitutto, va ricordato che, secondo le ultime statistiche, nel nostro Paese si evadono dai 70 agli 80 miliardi di euro ogni anno. L’evasione è un male cronico, ma è anche un male riconosciuto, visibile, per esempio, alimentando stili di vita incompatibili con le dichiarazioni fiscali. L’evasione si legge nei nostri porti turistici con migliaia di imbarcazioni che non appaiono nelle dichiarazioni dei redditi di coloro che le utilizzano, nelle immatricolazioni di automobili, nello stile di vita di chi frequenta luoghi di svago etc. L’evasione non è compatibile perché su 45 milioni di dichiarazioni fiscali (anno 2024) solo 86.000 italiani hanno dichiarato più di 200.000 euro di reddito e altri 60.000 più di 300.000 (in più solo nel 2025 sono stati «scoperti» 9.500 evasori totali che non entrano nel computo). Siamo consci che il numero di «ricchi fiscalmente» è in numero inferiore a chi lo è realmente ed, in più, sospettiamo che chi appartiene alle fasce alte di reddito dichiarato possa nascondere importanti redditi non evidenziati.
Potremmo andare avanti con altri esempi, ma tutti siamo consapevoli che mancando una cultura coerente con i principi costituzionali, il «controllo sociale» diventa un avversario del «quieto vivere». Non si contribuisce tutti secondo le proprie disponibilità, ma secondo le disponibilità che sono evidenziate dal fisco e questo non crea un elemento sociale valido, anzi genera avversione al principio costituzionale.
Va poi richiamato il secondo aspetto che rende iniqua sia la tassazione normale, sia l’idea di un contributo straordinario. I cittadini italiani, a differenza dei contradaioli, sanno perfettamente che il sistema pubblico pecca di inefficienze, manifesta sprechi. È difficile ormai riconoscere la capacità dello Stato di soddisfare i servizi che ad esso sono delegati (dalla sanità all’educazione, dal lavoro alla sicurezza per planare sulle drammatiche inefficienze che la burocrazia spesso impone alla nostra vita di tutti i giorni).
Mancano i due presupposti che possono sostenere una norma etica importante come quella del contributo secondo la propria disponibilità. Va anche sottolineato, e qui probabilmente la questione andrebbe analizzata sotto un profilo più di natura psicologica, come il dibattito che si sta sviluppando intorno a questo tema, dal punto di vista prettamente razionale, dovrebbe riguardare quell’esiguo numero di cittadini «apparentemente ricchi» a cui l’eventuale patrimoniale farebbe riferimento (poco meno di 150mila italiani). Il dibattito scalda, oltre che i partiti, migliaia, se non milioni, di persone che si confrontano a colpi di principi etici, filosofici e politici, senza che minimamente la cosa li riguardi (potendoli persino agevolare).
Tutto questo scaldarsi andrebbe anche commisurato con il potenziale di entrate che una norma di questo genere potrebbe generare. Ancora una volta parliamo di un importo «una tantum» che non modificherebbe inefficienze strutturali e che sarebbe infinitamente inferiore a quello che potrebbe generarsi, dedicando le stesse energie del dibattito, a trovare soluzioni anche solo per dimezzare l’evasione. Alzare il dibattito su questo tema mette in un angolo sfide reali alle quali dedicare le proprie energie creando il sospetto che «il fare ammuina» sia il vero obiettivo di queste nuove schermaglie.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
