Opinioni

Parole antiche contro la guerra: l’uomo del mio tempo e le tessitrici di pace

«Nominare la guerra per ciò che è: non gloria, non necessità ma scelta senza senso, non la dissolve ma è quantomeno un pensiero onesto»
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Scenari di guerra
Scenari di guerra

C’è una domanda che insegue l'uomo senza trovar risposta: perché la guerra? Non l’inconsapevolezza del dolore e dell’orrore che porta (li conosce benissimo) ma qualcosa di più profondo, irrazionale ed antico quanto la sua comparsa sulla terra lo riconduce ogni volta allo stesso perverso gioco al massacro bellico organizzato, legittimo, giustificato, accettato, autolesionistico.

Armi sempre più sofisticate lo consegnano alla modernità. Molto denaro viene dilapidato per consentirlo e foraggiarlo anche se a terra, infine, restano pur sempre le carni dei figli. Se lo chiede con lucida consapevolezza Salvatore Quasimodo nel 1946, gli occhi sulle rovine di Milano.

«Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, / con le ali maligne, le meridiane di morte, / t’ho visto - dentro il carro di fuoco, alle forche, / alle ruote della tortura. T’ho visto: eri tu, / con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, / senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, / come sempre, come i padri, come uccisero / gli animali che ti videro per la prima volta. / E questo sangue odora come nel giorno / quando il fratello disse all’altro fratello: «Andiamo ai campi».

Nominare la guerra per ciò che è: non gloria, non necessità ma scelta senza senso, non la dissolve ma è quantomeno un pensiero onesto. Nel 411 a.C., Aristofane affida la soluzione ad una donna, Lisistrata «colei che scioglie gli eserciti», alle donne, alle mogli degli ateniesi che praticano lo sciopero del sesso, occupano l’Acropoli, sequestrano il tesoro e gridano a gran voce: «Come, quando la matassa di lana s’ingarbuglia, la prendiamo e la dipaniamo sui fusi e, tirandola or qua, or là, troviamo alfine il bandolo, così, se n’avremo agio, sbroglieremo la guerra, mandando ambasciatori qua, là, per ogni terra. Togliendo via con un bagno il sudiciume della città. Poi stendendola su un letto e togliendo i malanni. Poi a cardare quelli che tramano per le cariche e spelargli bene la testa. Poi in un paniere mescolare la concordia comune e pettinarla. (...) E se non foste zucche senza sale, trarreste esempio dalla nostra lana, per governare ogni cosa per farne un solo grande gomitolo da cui tessere una unica tunica per il popolo».

La metafora della lana è bellissima: il conflitto è ingarbugliamento. Per scioglierlo occorre pazienza, dialogo, selezione, la volontà di mescolare le parti diverse in un unico filo. Il tempo di Quasimodo è circolare. La carlinga del bombardiere e la fionda preistorica sono la stessa cosa. La scienza non redime l'uomo lo rende solo più efficiente nell'uccidere i suoi fratelli. Caino è sempre fra noi.

Il tempo di Aristofane è lineare le donne ateniesi scioperano, occupano l’Acropoli, sequestrano il tesoro per impedire che le risorse vengano sperperate in una sfida mai vinta con gli uomini: «zucche senza sale», sempre con la clava a la pietra in mano. Si fanno tessitrici di pace. A mano ferma, dipanando in un unico gomitolo gli inutili ed eternamente identici conflitti fratricidi. Le tessitrici non fermano la storia: la trasformano, filo dopo filo, con una pazienza che non fa rumore. E mentre tutto sembra ripetersi, lavorano affinché qualcosa cambi finalmente e si possa generare quell’unica tunica «buona per tutti i popoli della terra», che avvolgendoli li tenga in pace.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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