Opinioni

La fatica di restare umani mentre siamo esposti al rischio Armageddon

Provoca vertigine scrivere ora senza poter prevedere se sto documentando un'angoscia passeggera o la vigilia di qualcosa di terribile
Gli effetti di un attacco israeliano a Teheran - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Gli effetti di un attacco israeliano a Teheran - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
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Sono le 23 e 23 del 7 di Aprile dell’anno 2026. Il Presidente di una delle Nazioni più potenti al mondo (il cui cognome – Trump – significa «briscola») ha dato le carte affermando: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà».

L’ha annunciato tramite una piattaforma social chiamata Truth (verità) ed io, come tutti, come molti, penso, ho continuato a fare le solite cose, preparato la cena, messo i piatti in lavastoviglie, aperto il portatile per rileggere un articolo che stavo scrivendo su una bellissima parola gaelica «radamancy» che significa «amore pienamente corrisposto». Poi mi sono chiesta se tutto questo avesse un senso. Ci siederemmo a scrivere qualcosa se sapessimo che il mondo sta per finire?

Forse come palliativo per sviare l’ansia ed il terrore, come il povero pompeiano colto dalla lava con le mani in fallo. Del resto, se la tua gente fosse in procinto di essere annientata da una nazione nemica, chiameresti a raccolta ed inviteresti i giovani, migliori, atleti a formare una catena umana accanto alle infrastrutture vitali? Prenderesti un libro ed andresti tutto solo a piantonare un ponte? E se fossi l’aggressore, invieresti astronauti il più vicino possibile alla Luna ad esporre i bicipiti sexy mentre si lavano insieme ad un enorme barattolo di Nutella fluttuante? Speculeresti nel frattempo sui mercati finanziari? Saresti preoccupato per il caro benzina imponendo il green alle case di una terra notoriamente sismica? Siamo una specie folle, possiamo dirlo?

Siamo un infinitesimale agglomerato di litigiosissime molecole pullulanti su un piccolissimo pianeta incastonato in un universo sconfinato, destinate ad una brevissima esistenza (per i più fortunati circa 8/9 decenni al massimo, un tempo comunque inferiore a quello di un mazzo di chiavi) che trascorriamo a minacciarci, tormentarci, ucciderci per i motivi più assurdi: confini, divinità, potere, risorse. Annunciamo distruzione mentre celebriamo la resurrezione di un Dio d’Amore. La contraddizione ci sfugge forse perché la abitiamo da troppo tempo? Il problema è cercare di capire come non annegare nell’angoscia in questo continuo prospettarsi di Armageddon.

Come si guarda il mondo senza che il mondo ti divori? Apro a caso il libro sulla scrivania. Autore Ekhart Tolle. Titolo: «Il Potere di Adesso». «Avrete bisogno di tempo fino a che comprenderete che non avete bisogno di tempo per essere chi siete». Già, chi siamo? Ostaggi emotivi di ogni notizia angosciante, il che ci rende sempre più piccoli, impauriti, controllabili ma anche meno presenti, meno reattivi e soprattutto meno indignati? Rane bollite alla Chomsky? Lo dirà la storia. Provoca vertigine scrivere ora senza poter prevedere se sto documentando un'angoscia passeggera o la vigilia di qualcosa di terribile. Ma se mi state leggendo era buona la prima.

Eppure io credo che Tolle abbia ragione. Ciò che importa è riuscire a rimanere umani nel nostro piccolo microcosmo, ancorati al nostro qui ed ora, unico istante dove veramente esistiamo mentre il rumore del mondo cerca di portarci altrove. Non è indifferenza, né rassegnazione ma radicamento e medicamento perché questo istante è tutto ciò che abbiamo e dovremmo cominciare a difenderlo, quello si.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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