Opinioni

La banalità del male che si insinua lentamente e parte da lontano

Secondo l’autore Christian Bobin, il male non si manifesta in modo lampante fin dall'inizio ma gradualmente. La sua forza non risiede in mostri eccezionali, ma nelle brave persone
La banalità del male si insinua dentro l'uomo gradualmente
La banalità del male si insinua dentro l'uomo gradualmente
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«Il male non è mai spettacolare, agli inizi. Comincia sempre gentilmente, modestamente, umilmente. Si insinua nell’aria come l’acqua sotto una porta, solo un po’ di umidità e quando arriva l’alluvione è ormai troppo tardi. Come ausiliari ha la tiepidezza ed il buon senso della brava gente. Il peggio, in questa vita, sarà sempre introdotto dalla brava gente. Il mondo è così omicida perché nelle mani di persone che hanno cominciato con l’uccidere loro stesse soffocando ogni fiducia istintiva, ogni libertà concessa, come se si fossero autorizzate a farlo, incollando il respiro al vetro delle convenzioni e l’appannamento che ne deriva produce l’incapacità di vivere e di amare gli altri». (Christian Bobin, «Più viva che mai»).

Negli anni Sessanta, lo psicologo Stanley Milgram condusse un esperimento che avrebbe dato molte inquietanti risposte sul funzionamento della natura umana. L’esperimento venne presentato come uno studio sull’effetto delle punizioni sull’apprendimento. Ai partecipanti veniva chiesto di somministrare scosse elettriche sempre più intense ad un finto allievo per ogni risposta sbagliata. I risultati furono devastanti: il 65% arrivò ai livelli più estremi. Non si trattava di misurare la crudeltà umana ma qualcosa di ancora più terribile: la potenza distruttiva dell’obbedienza.

Quando Hannah Arendt seguì il processo di Adolf Eichmann (uno dei responsabili operativi dello sterminio nazista) non si trovò di fronte a un mostro ma a un omuncolo che aveva derubricato dentro di sé lo sterminio a questione logistica. La definizione della cosiddetta «banalità del male» nacque lì e fu la semplice diagnosi di quello che la Arendt vide: «Egli – scrive – era motivato dal desiderio di essere nel giusto, di avere una buona carriera, tutti aspetti che si possono trovare dappertutto e in ogni sistema. Quindi l’importanza di questa idea della “banalità del male” consiste nel fatto che le persone, se le circostanze attorno a loro sono straordinariamente malvagie, diventeranno a loro volta estremamente malvagie con le loro azioni senza rendersene conto, senza averne l’intenzione e senza capire che cosa stanno facendo».

Nel 1974, l’artista Marina Abramovic fece, a Napoli, un esperimento simile, lo chiamò Rhythm 0: dispose su un tavolo 72 oggetti di ogni genere, fiori, miele, forbici, coltelli, una pistola carica e per sei ore si consegnò passivamente al pubblico. All’inizio le persone furono timide, gentili ma, con il passare delle ore, il gruppo si trasformò: le strapparono i vestiti, le tagliarono la pelle, le puntarono la pistola alla tempia. Lei, piangeva, immobile ma nessuno interveniva in suo aiuto o a fermare gli altri.

Rhythm 0, Milgram, Eichmann rendono reale ciò che Bobin descrive: il male, l’orrore non annuncia il suo arrivo, si insinua come acqua sotto a una porta veicolata dall’abitudine, dal conformismo, dal silenzio e dal progressivo assottigliamento della coscienza, dello sguardo, della capacità di sentire. Prima di diventare azione è già avvenuto altrove: nel momento in cui una persona ha scelto di non abitare più se stessa. E noi, oggi, come 60 anni fa, non possiamo non chiederci quante volte riusciremo a spingere un interruttore prima di fermarci? Quanto è corto il nostro respiro appoggiato al vetro delle convenzioni?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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