Opinioni

Il padre, il figlio e il peso di una città rimasta senza basket

È il 27 giugno del 2026. Un uomo è seduto al tavolo di una conferenza stampa che nessuno mai, a Brescia, avrebbe pensato (né voluto) ascoltare
Silvia Valentini

Silvia Valentini

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Mauro Ferrari durante la conferenza stampa sulla cessione del titolo della Pallacanestro Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Mauro Ferrari durante la conferenza stampa sulla cessione del titolo della Pallacanestro Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

A volte c’è tutto in una semplice fotografia. È il 27 giugno del 2026. Un uomo è seduto al tavolo di una conferenza stampa che nessuno mai, a Brescia, avrebbe pensato (né voluto) ascoltare e si prepara a quasi due ore di resa dei conti con una città e con una storia. Due ore per comporre il requiem della pallacanestro a Brescia; morta di «morte improvvisa» come accade spesso di questi tempi.

Nessuna agonia, solo un enorme, sonoro, blackout ed un palazzetto che piange i canti dei suoi tifosi: gli Irriducibili che, deposta una grande corona funebre, dalle transenne, attraverso le vetrate, urlano a gran voce la loro disperata frustrazione. Dentro, un padre – che spiega trattative segrete, accordi di riservatezza, conti che non tornano – ed un figlio, accanto a lui, che ascolta immobile.

Il padre, in primo piano, parla al microfono, lo sguardo e le spalle che portano il peso di ciò che deve o che sente di dover dire. Accanto a lui suo figlio, leggermente sfocato, la testa solo leggermente inclinata le spalle alte di chi non abbandona il campo. Entrambi in maglia scura. Entrambi a testa rasata.

Pietro Ferrari è un rugbista. Uno sport di corpo, di collisione frontale, di squadra, dove non si molla mai. Uno sport in cui si cade e ci si rialza, in cui il dolore fisico non ferma e non ci si nasconde dietro a niente, men che meno ai numeri di un bilancio. E quel sabato Pietro ha fatto quello che i rugbisti sanno fare: ha tenuto il campo, ha coperto le spalle al compagno, anche se il compagno era suo padre e la mischia che avanzava era una città intera.

Io non entro nelle questioni, entro nelle storie familiari delle persone. Non so se Pietro, ragazzo dolce dal sorriso franco e sincero, che ben conosco, avrebbe voluto essere altrove quel pomeriggio, ma era lì, con suo padre. E questa sua presenza mi ha commosso. Forte di una somiglianza fisica che è già psicogenealogia visiva: il corpo del figlio che ripete il corpo del padre, come se la biologia stessa dichiarasse sottovoce: io sono di questo sangue.

Nessuna didascalia necessaria. La geometria della foto parla del mandato. La psicogenealogia – la disciplina che studia come traumi, scelte e destini si trasmettano invisibili di generazione in generazione – insegna che i figli non arrivano mai a caso nel momento più duro. Arrivano perché portano qualcosa, perché il sistema familiare li chiama lì, perché la storia ha bisogno di un testimone che non sia soltanto un erede.

E Pietro era lì, pezzo di un albero genealogico con alle spalle il nonno Faustino, lo zio tragicamente scomparso, fronda solida di un albero che ha messo radici nel basket di Brescia per quasi un decennio. Le radici non si cancellano con una cessione di quote. Rimangono, lavorano in silenzio, aspettano di sapere cosa farà il ragazzo che porta un nome di pietra e pratica uno sport dove si cade sempre in piedi.

Mentre suo padre dice: «come imprenditore non posso ragionare con il cuore», mentre il cuore di una città gli picchiava contro i vetri, chissà il cuore di Pietro dove stava? Riparare? Portare avanti? Oppure – il mandato più difficile – condividere un peso senza tradire chi te lo ha messo addosso. Un nome, il suo, con duemila anni di fondamenta. Porta il senso della roccia su cui si costruisce, ma anche di quella che svetta solitaria in mezzo ai campi desolati mentre tutto intorno viene spazzato via da un vento inesorabile.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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