Iran, Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano e Yemen: sono sei, e distribuiti nel raggio di oltre duemila chilometri, i fronti su cui solo nell’ultima settimana Israele ha sferrato attacchi. Ce n’è però un settimo, coinvolto da mesi in una guerra più silenziosa e meno violenta, ma ugualmente carica di conseguenze. Il campo di battaglia è interno ai confini dello Stato ebraico, le armi non sono missili ma articoli di legge e il nemico si chiama dissenso. Lo racconta un rapporto dell’Association for civil rights in Israel (Acri), la più importante e antica organizzazione per i diritti umani nel Paese, in un recente rapporto dal titolo allarmante: «Dalla distruzione della democrazia alla costruzione della dittatura».
La tesi: approfittando del fatto che l’attenzione dell’opinione pubblica interna e internazionale sia concentrata su ciò che succede all’esterno dei confini, il governo Netanyahu e la maggioranza che lo sostiene alla Knesset stanno imprimendo in modo permanente una svolta autoritaria al sistema politico, introducendo una serie di norme che puntano a mettere fuori gioco chi contesta l’attuale leadership. Mentre sempre più attivisti contro la guerra e obiettori di coscienza vengono arrestati durante le manifestazioni e detenuti, la Knesset – appena sopravvissuta alla mozione di scioglimento presentata dall’opposizione – si appresta a varare diverse leggi volte estendere il perimetro della criminalizzazione del «sostegno e incitamento al terrorismo», formula impiegata pretestuosamente per colpire chi, come spiega Acri, muove critiche nei confronti dell’offensiva israeliana su Gaza, soprattutto nelle scuole e nelle università.




