Israele e la voce disarmata dell’opinione pubblica

Contestazione ieri a Brescia in occasione della visita del vicepremier e ministro degli Esteri Tajani per la presentazione del corso di laurea triennale in Scienze politiche e sociali dell’Università degli Studi.
Un presidio rumoroso, con slogan estremistici (come «Fuori Tajani dall’università») che fanno molto folklore protestatario, e mostrano un’inutile intolleranza, dato che si tratta di un rappresentante delle istituzioni. Molto serio è, invece, il tema che aleggia, e che ha motivato 300 fra professori e dipendenti dell’Ateneo a inviare una lettera aperta al rettore Francesco Castelli, che ne ha condiviso l’appello al cessate il fuoco a Gaza e a porre termine a una guerra che ha condotto alla morte di 50mila palestinesi (fra i quali 15mila bambini).
Il documento del personale universitario bresciano rappresenta una delle manifestazioni sempre più frequenti di insofferenza, dissidio e contestazione nei confronti dell’operato del governo israeliano che è andato trasformando una legittima reazione difensiva all’orrore dell’attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre del 2023 in un’incessante escalation di occupazione e attività belliche riversate sulla popolazione civile. Con l’esito di un eccidio di proporzioni terribili, mentre i terroristi integralisti, pur colpiti fortemente, non risultano affatto sgominati.
E mentre l’obiettivo dovrebbe essere quello di riportare a casa gli ostaggi ancora in vita l’esecutivo presieduto da Benjamin Netanyahu – che conduce anche un conflitto interno durissimo contro la magistratura – prosegue senza sosta nelle operazioni militari sul terreno sacrificando vite palestinesi senza più alcun ritegno. Al punto da avere generato reazioni di censura e condanna da parte della Commissione europea e di alcuni dei Paesi membri (da sempre alleati leali di Israele), trattati letteralmente a pesci in faccia dal premier israeliano a capo della coalizione di ultradestra più estremista mai vista nella storia di quella che era l’unica democrazia del Medio Oriente.
Continue sono le manifestazioni e le espressioni di protesta da parte dell’opinione pubblica, senza che riescano, però, a sortire alcun effetto. Perché questa impotenza? Perché nulla accade? Le ragioni sono diverse, e si intrecciano. Non esiste un’opinione pubblica internazionale compatta dotata di strumenti di azione concreta, al netto di quello del boicottaggio economico che, in ogni caso, può incidere nei confronti di una singola azienda, e invece sposta nulla o ben poco nei riguardi della politica di uno Stato.
E l’interscambio – specie in settori delicatissimi come le tecnologie militari, di sicurezza e di sorveglianza – fra Israele e il resto dell’Occidente costituisce, come noto, uno dei lasciapassare per le condotte delle classi dirigenti del primo. Proprio sotto questo profilo rappresenta, pertanto, un atto significativo l’avvio formale del processo di revisione del trattato di associazione fra Unione europea e Israele, ma prima che ne derivino delle conseguenze pratiche passerà troppo tempo, e la tragedia si sta consumando nell’immediato (e da molto).
Nel corso degli anni passati si è verificato un massiccio spostamento a destra della società israeliana che ha alimentato i partiti ultraortodossi e fatto circolare ideologie intrise di messianismo xenofobo nei confronti degli arabi, mentre la traiettoria personale di Netanyahu si è incistata nella conservazione del potere a tutti i costi. Fattori negativi potentissimi che rendono vane le proteste dell’opinione pubblica euroamericana, mentre Israele incrina drammaticamente la propria immagine internazionale e si fa stritolare dallo spirito velenoso dell’isolamento e dal senso di assedio e superiorità nei confronti del resto del mondo. Una sorte di «sindrome di Masada», nell’auspicio – ma le speranze ormai si sono dissolte completamente – che il finale di questa storia che stiamo vivendo sia differente dall’originale...
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