Quando nel 1966 lo storico Geoffrey Blainey intitolò il suo saggio più celebre «La tirannia della distanza», descriveva il benessere e la sicurezza di un’Australia costruita sulla lontananza dai grandi teatri di guerra, dalle crisi latino-americane, dai flussi che stavano trasformando l’Europa.
Considerava la geografia come destino: oceani e distanze immense a fare da cuscinetto strategico, da barriera stabile tra gli eventi «al centro» e i loro riflessi nell’estrema periferia dell’Occidente. Negli ultimi 10 anni, quella tirannia della distanza è svanita, proiettando anche l’Oceania nell’alveo del terrorismo globale.




